Il SIGNORE ti benedica e ti protegga!
Il SIGNORE faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio!
Il SIGNORE rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace! (Numeri 6:24-26)

Chiesa Evangelica Valdese

UNIONE DELLE CHIESE METODISTE E VALDESI

Rimini e diaspora Romagna

Salmo 13 - predicazione di Giada Guastalla (membro di Chiesa)

1 Al direttore del coro. Salmo di Davide. Fino a quando, o SIGNORE, mi dimenticherai? Sarà forse per sempre? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?
 2 Fino a quando avrò l'ansia nell'anima e l'affanno nel cuore tutto il giorno? Fino a quando s'innalzerà il nemico su di me?
 3 Guarda, rispondimi, o SIGNORE, mio Dio! Illumina i miei occhi perché io non m'addormenti del sonno della morte,
 4 affinché il mio nemico non dica: «L'ho vinto!» e non esultino i miei avversari se io vacillo.
 5 Quanto a me, io confido nella tua bontà; il mio cuore gioirà per la tua salvezza;
 6 13-5 io canterò al SIGNORE perché m'ha fatto del bene. (SALMO 13:1-6 )

 

Cari fratelli e sorelle,

 

Nella predicazione di oggi, meditata durante questa settimana, mi sono lasciata guidare dal lezionario "Un giorno una parola”, optando tuttavia non per il testo della predicazione li proposto che era originariamente sul Vangelo di Giovanni al capitolo cinque, ma su una preghiera riportata domenica scorsa, che vorrei condividere con voi e sul Salmo 13.

La preghiera è del teologo danese Soren Kierkegaard e recita così:

 

“Mentre la mia preghiera si faceva più raccolta e interiore, sempre meno venivano parole da esprimere. Infine tacqui. In me si verificò ciò che vi è di più opposto al parlare: diventai uno che ascolta. Dapprima pensavo che pregare forse parlare. Ho imparato a pregare non è solo tacere, ma ascoltare. Pregare non significa ascoltare le proprie parole, ma stare in silenzio e aspettare affinché diventi possibile ascoltare la voce di Dio”.

 

Questa meditazione mi ha particolarmente colpita, perché a distanza di sole due settimane dalla Pentecoste (e quindi, dal dono dello Spirito di parlare in tante lingue) pensare a una settimana che inizia con una preghiera dedicata al silenzio come modo di accostarsi a Dio mi pareva simbolica.

Il silenzio per Kierkegaard non è allontanamento, anzi è avvicinamento. Silenzio è una condizione dove il soggetto non è colui che tace passivamente, ma ascolta ATTIVAMENTE. È immersione attiva nella voce di Dio, come forma di preghiera sincera e lungimirante.

 

In merito a questo mi sono tornate in mente le parole del pastore Paolo Ricca che aprono il lezionario di quest’anno commentando con queste parole di Martin Lutero l’essenza della preghiera, che ci viene ricordato, va di pari passo con la lettura Biblica quotidiana:

 

“Prepara il tuo cuore prima di pregare, per non tentare Dio. Lutero si chiede: che altro è tentare il Signore se non quando la bocca blatera e il cuore vaga altrove? Il più Insidioso (e più abituale) nemico della preghiera è la distrazione: chi prega distraendosi,  non prega, chiacchiera soltanto. Non parla a Dio ma al vento”.

 

Mi sono venute in mente queste riflessioni perché il cerchio sembra sempre chiudersi con una parola fondante: preghiera.

Nell’anno che celebra la Riforma iniziata con il cammino di Martin Lutero, mi pareva importante far notare come premessa che Lutero amava in particolare il salterio, e che, come ci anticipa nuovamente il past. Ricca

 

“Ne fece non solo il suo personale libro di preghiera, ma anche la fonte primaria della sua teologia. Egli chiama il Salterio una “piccola Bibbia” o una “Bibbia in miniatura” nella quale è presente nella maniera più succinta e più bella tutto quello che sta nell'intera Bibbia, fatto e pronto come un elegante enchiridion, cioè un manuale”.

 

Andiamo dunque ad analizzare questo importante passaggio del Salterio (lettura del salmo 13).

 

Il salmo si apre con un’angosciosa domanda che viene ripetuta ben 4 volte: “fino a quando”…, usata per far notare il livello di stress e angoscia in cui si trovava il salmista. Questa domanda pervade le nostre vite ancora oggi se ci pensiamo: fino a quando non troverò lavoro?, fino a quando dovrò abitare in una relazione che non mi appaga, fino a quando il mio stipendio sarà così basso? Sarà forse per sempre? O meglio, quando' è che riuscirò ad avere ciò che voglio, ciò che ritengo di meritare, quand’è Signore che toglierai il terrorismo dal mondo, curerai tutte le malattie, ti occuperai di tutto?

Questa domanda è l’eterno blaterare dell’uomo, che nonostante riconoscere l’esistenza di Dio, non fa che ripetutamente incurvarsi su di sé.

 

Stiamo, insomma, ancora cercando una risposta, un rimedio alla stessa angoscia da ben prima della venuta di Gesù.

 

Nella seconda parte del salmo, l’autore assume toni ancora più bruschi. Utilizza l’imperativo: Guarda! Ascoltami! E si mette in costante ricerca del signore per un motivo ben specifico che viene subito spiegato: perché io non mi addormenti nel sonno della morte.

Un sonno tragico, che sembra darla vinta a questo nemico che giudica tutto e tutti, questi avversari che non vedono l'ora di vederci vacillare.

 

Versetti che fanno rabbrividire. Un Dio atroce, immobile e imperscrutabile che sta lì a guardare come i topi se la cavano all’interno della scatola dei giochi. Una sorta di Dio dei Lager, che gioca con le vite umane, per chissà quale amaro peccato.

Cosa fa a questo punto il salmista? Guarda, per la prima volta a sé stesso come soggetto che confida.

Confida, spera nella bontà del Signore. Un po' come dire io speriamo che me la cavo.

Certo, il cuore gioirà (usa un tempo futuro, qui!) per la salvezza che viene dal Signore, ma in questo momento è assolutamente in preda all’angoscia.

 

L’angoscia, in verità, pervade tutta la prima parte del Salterio. Ricordiamo che questa prima composizione è stata probabilmente assemblata durante l’oppressione del popolo ebraico, costretto in schiavitù, costretto a barbarie da parte degli oppressori e anche circoscritto, bullizzato.

 

Perché Lutero era allora così legato ai Salmi, se così in certa maniera cruenti e disperati? Beh certo il mondo medievale non era certamente privo di angosce, tuttavia Lutero dice che i Salvi sono proprio un manuale. Curiosa questa definizione, poiché è un manuale normalmente si utilizza per comprendere i rudimenti, il funzionamento di un qualcosa di nuovo che proprio da soli non riusciamo a comprendere.

Riusciamo a capire a pieno il Salmo? Che cosa manca per capirlo?

 

Torniamo alla preghiera di Kierkegaard, con cui abbiamo aperto questa predicazione. Il tacere che ci pone in ascolto ATTIVO. Non può, questa, essere l’azione di Dio in questo dato momento? In fondo, anche noi come continuum del popolo di Dio siamo sempre soggetti a domande sulla nostra fede. Fino a quando i palazzi bruceranno causando vittime inermi? Fino a quando ci saranno guerre? Fino a quando… fino a quando?

Cicaleccio.

 

Ascoltiamo, invece? Preghiamo Dio con Silenzio attivo e attento? Facciamo si che le parole manchino e che il nostro sia un ascolto in divenire.

Dobbiamo sempre sforzarci di provare, perché parlare con qualcuno che sappiamo che ci ascolta è molto diverso che ne parlare con qualcuno che sappiamo che non lo fa. Lo dice anche la scienza. Ci sono miriadi di studi di psicologia, neuro linguistica, lingue ECC sul fatto che riconoscere il proprio interlocutore come attivo e interessato cambia anche le cose che diciamo a lui/lei.

Con il Signore non è diverso. Accorgiamoci davvero che ci ascolta. Preghiamo solo dopo aver meditato.

 

Ecco se ascoltiamo e siamo davvero attivi nell’ascolto non possiamo che giungere alla stessa conclusione del Salmista: io canterò al Signore perché mi ha fatto (e mi fa) del bene. Sempre. Amen.

Cantiamo dunque un inno che lo celebri (io canterò in perpetuo).


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