Il SIGNORE ti benedica e ti protegga!
Il SIGNORE faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio!
Il SIGNORE rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace! (Numeri 6:24-26)

Chiesa Evangelica Valdese

UNIONE DELLE CHIESE METODISTE E VALDESI

Rimini, Romagna e Pesaro-Urbino

Luca 9,23-27 - In occasione della Giornata della Libertà (17 febbraio 1848)- Pastora G. Bagnato

DOCUMENTO STORICO

17 febbraio 1922 - Commemorazione

delle LETTERE PATENTI del 17 FEBBRAIO 1848

Pubblicata dalla Società di Storia Valdese per le Famiglie delle Chiese Evangeliche Valdesi

http://www.studivaldesi.org/pdf/00002_17-02-1922-02rid.pdf

 

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua.

 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la salverà.

 25 Infatti, che serve all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina sé stesso?

 26 Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli.

 27 Ora io vi dico in verità che alcuni di quelli che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio».[1]

 (Vangelo di Luca 9:23-27 )

Letture bibliche in liturgia (visualizzare il testo inserendolo nella finestra di ricerca del link):

II Re 4: 42-44

Luca 9: 1-22

 

Abbiamo ascoltato e spero meditato le parole che precedono questo brano (Luca 9, 1-6).

Sono parole rivolte ai dodici apostoli: agli inviati che rendono visibile la potenza della parola di Dio e che pure si scontrano con l’egoismo dell’umanità difronte alla Giustizia di Dio. I dodici non dovranno aver più nulla a che fare con chi rifiuta il cambiamento che Dio vuole.

Essi scuoteranno la polvere dai loro piedi.

Ma in quel “Diceva poi a tutti” non si parla più dei dodici ma di noi.

Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua.

Solo noi che leggiamo - e non i discepoli - siamo in grado di capire il senso di quella croce da portare.

Vuol dire che in nome dell’Amore e della Misericordia Dio, noi ci mettiamo in cammino, rinunziamo a qualsiasi privilegio e ci adoperiamo per il Regno di Dio: la Sua Giustizia in terra come in cielo.

Questo è seguire Cristo: questa è la nostra sequela.

La libertà del cristiano si fonda su una legge che diventa una chiamata etica difronte la quale non indietreggiamo. Ogni giorno.

Pensiamo a Pietro.  

È lui che è stato chiamato sul lago di Genezaret (Lc5,1). Dopo di lui tutti gli altri ricevono lo stesso ordine categorico: Seguimi!  

Per tutta la nostra vita, la chiamata di Cristo pone difronte a un cambiamento.

Una costante ci accompagna: la fede in Dio. Eppure, dopo la crocifissione sembra non ci sia più spazio per la fede.

Nel vangelo di Giovanni (capitolo 21) leggiamo che il Risorto incontra Pietro di nuovo sul lago, intento a condurre la vita di prima: egli pescava.

L’apparizione lo scuote.

Il silenzio che avvolge i momenti del pasto, è rotto da quella domanda che pone in discussione il ritorno a una vita protetta, che non si espone alla predicazione dell’evangelo.

“Simone di Giovanni, mi ami tu?”

E come se Gesù chiedesse: “Perché sei tornato a fare il pescatore? Il Regno che ti è stato detto di annunciare non ti è chiaro nemmeno dopo l’amore che ho manifestato durante la mia cattura, il processo, la croce? Tu dovresti pascere il mio gregge ora. Esporti ai pericoli per amore di coloro che ti sono affidati”

Ancora, dobbiamo sentirci come Pietro ripetere: Seguimi?

Eppure, al centro di tutto c’era una confessione pochi versi prima del testo della nostra predicazione.

Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». (Luca 9:20)

Forse siamo pronti ad accogliere la manifestazione della grazia di Dio per noi ma noi abbiamo il coraggio di stare nella Giustizia di Dio e divenirne testimoni?

La grazia di Dio non è una pausa dalla scomodità di un impegno.

Non è grazia a buon mercato, non è che Cristo ha pagato per noi ed ora viviamo in una condizione di disincanto.

La grazia di Dio mi è venuta incontro quando l’ho vista risollevare il misero, l’emarginato, il lavoratore oppresso, colei che era invisibile e priva di diritti, il disprezzato, me stesso/a chiuso nell’egoismo del mio vivere. Il “me prima di tutto” è stato sconfitto dal Regno di Dio: Dio e la sua Giustizia in mezzo a NOI.

È una grazia a caro prezzo, la grazia che ci libera perché ci obbliga a seguire.

Ci obbliga a non ripetere gli stessi errori.

Ci dice che non dobbiamo assolvere la nostra memoria ma ripartire da essa per esser figli e figlie di Dio.

Sulla Stampa di oggi si legge:


in piena Parigi. Lui, 69 anni, è Alain Finkielkraut, filosofo e accademico di Francia, conosciuto per i suoi saggi. Loro, un gruppo di gilet gialli La scena è visibile in alcuni video postati sui social: «Sporco ebreo», «vattene, la Francia è dei francesi», «ritorna a Tel Aviv», gridavano minacciosi. «Noi siamo il popolo francese», urlava uno di loro. E ancora: «Sporco sionista», «il popolo ti punirà». Un manifestante non aveva proprio le idee chiare, perché se l’è presa con Finkielkraut gridandogli «fascista antisemita».

Il filosofo non ha reagito ma ha guardato fisso e impassibile alcuni dei suoi aggressori. Poi, una persona che aveva in mano un gilet giallo (forse del servizio d’ordine dei manifestanti), lo ha preso per il braccio e l’ha portato via, finché sono intervenuti i poliziotti. Nessuno del corteo è venuto a difendere Finkielkraut.


La rabbia ha raggiunto in poco tempo un posto privilegiato nella nostra vita: ogni giorno.

L’uso dei social in modo acritico, il fatto che nessuno approfondisca, si documenti, ascolti le storie di chi gli vive accanto in situazioni di privazione dei diritti...

Siamo forse di nuovo di fronte alla propaganda  della violenza dello scorso secolo?

La libertà a cui Cristo ci chiama ci permette di riappropriarci della vita.

Vita: nascita, esistenza e separazione vissute ogni giorno guardando alla croce.

La croce vuol dire dare un senso di presenza alla Giustizia di Dio.

Non vuol dire anestetizzarla pensando di essere una setta di eletti, vuol dire affrontare il nostro presente, le sue ingiustizie e riscrivere la storia al fianco dell’umanità.

Se io credo che salvando i miei interessi, tutelando il mio sangue, Dio sarà al mio fianco riceverò la più deludente delle risposte:

Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; … Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli.

Dov’è la chiesa che predica la giustizia e l’amore di Dio? Dove siamo noi?

Perché la fragilità e la precarietà degli altri ci fa tanto paura?

La storia della nostra chiesa nasce lontano nel tempo con il rifiuto della mondanità e la decisione di rimanere fedeli a quella sequela. Noi saremo rimasti al fianco degli ultimi: noi e la casa d’Israele in Italia abbiamo giurato che avremmo versato il nostro sangue per il Giustizia di Dio.

Chiedetevi se questo battesimo che voi avete reso pubblico sia visibile ancora oggi nel vostro agire.

Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua.

Noi abbiamo fatto una scelta: a partire da essa non si torna indietro.

Abbiamo rinunciato al potere della Chiesa per servire nella ecclesia. Abbiamo deciso di perdere la vita per l’amore di Cristo, assieme come popolo e nuova famiglia in mezzo a coloro che più avevano bisogno di giustizia.

La scelta che scaturì della riflessione valdese era quella di non essere un movimento monastico, qualcosa che richiama la coscienza della Chiesa a ciò che dovrebbe essere, ma esser Chiesa secondo la sequela del Cristo: discepoli, donne e uomini chiamati ad annunciar il Regno di DIO (GIUSTIZIA E MISERICORDIA) oggi, a tutti, ogni giorno della nostra vita.

Qui non c’è la definizione di un gruppo in cui ad alcuni è chiesto tanto e ad altri poco.

La Chiesa è essere tutti al servizio dell’Evangelo.

O vivi così o non hai risposto a quel Seguimi.

Ma nell’anteporre noi stessi, nel decidere di guadagnare il mondo, noi rifiutato l’amore di Dio perché ha un prezzo troppo caro per noi.

La sequela non può essere l’impegno eccezionale di pochi nella Chiesa.

O saremo Chiesa o non saremo!

O avremo il coraggio tutti di seguire l’esempio di Cristo nel fare che sia giustizia in terra come in cielo o non saremo chiesa!

Diceva poi a tutti: è questo il passaggio contro cui si scontra il movimento valdese e quello della Riforma: il tutti.

Lutero era un monaco ma comprese che servire Cristo non poteva essere l’impegno eccezionale di pochi ma è l’essenza di tutti i cristiani e tutte le cristiane.

A questa coscientizzazione, alla nostra identità bisogna puntare.

La sequela di Cristo va vissuta nel mondo in cui viviamo: bisogna osare perdere la vita per gli altri per salvarla.

Lasciarsi toccare dalla vita di chi incontri.

Gesù che sosteneva lo sguardo degli esclusi; Gesù ascoltava le loro storie, che ne rimava vinto dal coraggio della fede. Gesù che era toccato dall’indifferenza degli uomini, da coloro che avevano fatto della religione un sistema di sicurezza personale. Quella sicurezza che ti annega nella solitudine perché esisti solo tu e non c’è spazio per l’altro.

Questo salto di sguardi fra il noi e il me; Dio nostra Giustizia e il dio piccolo, l’idoletto privato, era rimasto più vivo nella memoria della comunità cristiana: la Chiesa doveva rendere viva la Giustizia.

Il rischio della Chiesa è sempre quello di dimenticare che la grazia passa attraverso la croce.

Allora il cristiano vive nel mondo ma non se ne distingue.

Ci siamo liberati della croce, della sequela del Cristo: accettiamo il male con indolenza.

Come siamo giunti a questa legittimazione?

Come possiamo pensare di definirci cristiani e rimanere indifferenti alla chiamata?

Ogni volta la nostra risposta sembra essere: “Io ti amerei Signore ma alle mie condizioni”

Non vogliamo capire che Dio vuole essere amato ma non alle nostre condizioni. Se vogliamo amarlo bisogna che passiamo attraverso una comprensione profonda di ciò che significa perdere la propria vita (io prima) per salvarla (l’altro prima).

Ora io vi dico in verità che alcuni di quelli che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio».

Alcuni di coloro che ascoltavano videro il Regno di Dio: l’Agnello immolato sul legno della croce per liberare l’umanità dalla propria cecità.

Come il popolo d’Israele ottenne la vita e la libertà per mezzo del sangue dell’agnello posto sulle porte delle case prima della fuga, così avrebbe dovuto essere evidente per noi che il cammino era aperto. Avremmo dovuto camminare nella Giustizia e nella Misericordia di Dio per essere ecclesia.

Può questo non essere un messaggio di gioia?

Ho riletto le pagine di Dietrich Bonhoeffer, in Sequela. Quelle pagine pulsano di nuovo oggi. In esse scrive:


È sempre più chiaro che la distretta della nostra chiesa consiste nell’unico problema di come sia oggi possibile per noi vivere come cristiani.

Felici quelli che sono già alla fine della via che vogliamo intraprendere, e con stupore comprendono ciò che in verità non sembra comprensibile, cioè che la grazia è a caro prezzo, proprio perché è pura grazia, grazia di Dio in Gesù Cristo.

Felici quelli che nella semplice ubbidienza a Gesù Cristo, sono sopraffatti da questa grazia così da poter celebrare con spirito umile la grazia di Cristo, che è la sola efficace.

Felici quelli che nella cognizione di questa grazia sanno vivere nel mondo, senza perdersi in esso, per i quali nella sequela di Cristo la patria celeste ha acquisito tale certezza, che possono essere veramente liberi per la vita in questo mondo.

Felici quelli per i quali la sequela di Gesù Cristo non è altro che vita che nasce dalla grazia, e la grazia non è altro che sequela.


Felici quelli che sono diventati cristiani in questo senso, coloro per i quali la parola della grazia è stata misericordiosa.

Amen



[1] Il riferimento al Regno è qui pasquale: il Cristo innalzato aldisopra della morte


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