Il SIGNORE ti benedica e ti protegga!
Il SIGNORE faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio!
Il SIGNORE rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace! (Numeri 6:24-26)

Chiesa Evangelica Valdese

UNIONE DELLE CHIESE METODISTE E VALDESI

Rimini, Romagna e Pesaro-Urbino

Predicazione TERZA DEL TEMPO DI PASSIONE – “OCULI” - past. Giuseppina Bagnato

LUCA 9: 57-62

57 Mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: «Io ti seguirò dovunque andrai». 

58 E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». 

59 A un altro disse: «Seguimi». Ed egli rispose: «Permettimi di andare prima a seppellire mio padre». 

60 Ma Gesù gli disse: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va' ad annunziare il regno di Dio». 

61 Un altro ancora gli disse: «Ti seguirò, Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia». 

62 Ma Gesù gli disse: «Nessuno che abbia messo la mano all'aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio».

 

Cari fratelli e care sorelle,

quanto abbiamo appena letto ci parla di una dinamica che si ripete nel Vangelo di Luca: la risposta umana di rifiuto o di accoglienza delle richieste di Gesù.

È come se ci trovassimo di fronte a due forze, due movimenti regolati dalle leggi della fisica.

 

C’è il Servo di Dio in cammino, lungo una linea retta verso Gerusalemme e nel suo moto, ecco che incontra altri soggetti che - come una biglia che rotola lateralmente verso di lui – incrociano la sua traiettoria.

Questo incontro produce uno scontro dentro di noi.

NOI, lettori e testimoni, reagiamo allontanandoci dai personaggi di fantasia del racconto e reindirizziamo l’azione su noi stessi.

Siamo noi ORA nel libro e sul cammino.

Siamo noi ORA i personaggi della storia.

 

Il Vangelo di Luca ci dice che fin dall’inizio della sua attività pubblica Gesù ha chiesto a coloro che incontrava di rimanere fedeli alla Legge di Dio annunciata da Mosè e dai profeti prima di lui.

Tanti hanno già profetizzato l'approssimarsi di un tempo di compimento delle promesse di Dio e per coloro che hanno compreso, questo vuol dire che il compimento della Salvezza sarà proseguire nel cammino.

Dio non lascerà nessuno privo di cura.

Ma Gesù ha già detto di essere venuto per i malati e non per i sani e così, la risposta che riceve frequentemente, è una risposta di fuga.

I numeri descrivono una sequenza infinita di vite prigioniere di sé stesse.

Troppo spesso la nostra mente si riallaccia agli stimoli della propria pancia: siamo contratti, piegati su noi stessi, protesi a mantener ciò che abbiamo e più abbiamo, più il lasciar andare e il condividere ci spaventa.

Amiamo e odiamo la nostra solitudine ma ce ne autoalimentiamo.

Ecco cosa trapela oggi attraverso una lettura empatica del percorso del Servo di Dio: la solitudine di Gesù si accentua (per via dell’incomprensione della gente e dei suoi discepoli) nel costatare il numero esorbitante di chi vuole proseguire la propria vita in solitudine: curando i propri interessi, i propri spazi, privilegiando i propri circoli di narrazione.

Il nostro testo descrive ciò che ancora non vediamo ma è lì all’orizzonte, negli occhi di Cristo: Gerusalemme, il luogo dove si compirà la sua uccisione.

Luca canalizza il nostro sguardo su quello che gli altri in cammino con Lui non vogliono accettare:

 

Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.  (Lc 9:51)

 

Quella parola che la nostra bibbia interpreta in italiano con “risolutamente” letteralmente significa “indurire il volto” ed è un’espressione biblica che ritroviamo non a caso nel bellissimo capitolo 50 di Isaia:

 

Il Signore Dio mi prestò soccorso, per cui non sono confuso; perciò resi la mia faccia come una pietra, e so che non sarò confuso. (Isa 50:7 IEP)

 

Il volto di Gesù sta cambiando perché qualcosa con più forza inizia a muoversi in Lui.

Sente che questo cammino lo sta rendendo sempre più solo ed è descritto spesso in preghiera alla ricerca di conforto e sostegno in Dio.

Ecco due esempi differenti del vivere la solitudine:

-        renderla un luogo chiuso e isolato in cui rifugiarsi

-        oppure, farne luogo di incontro con Dio, di crescita, di progetto di cura.

 

La predicazione di Gesù ci dice che i beni che già possediamo sono il segno della benevolenza di Dio e che la nostra vita di credenti non sarà mai completa fino a quando non includerà gli altri.

Ecco perché nei versi precedenti Luca enfatizza la bellezza e il conforto prodotto sulla solitudine del Cristo da quei rari ma preziosi incontri che gli hanno parlato di accoglienza.

Gesù si è spostato fra territori popolati da gente che non pratica la Legge d’Israele. Non sono ebrei eppure questa gente ha compreso il senso del compimento che Dio richiedeva loro: il centurione (capitolo 7) o la donna dal flusso emorragico (capitolo 8) sono persone che non appartengono al “popolo del libro” eppure si attengono alle richieste dell’inviato di Dio.

Gesù non stigmatizza l’appartenenza razziale o culturale nella sua predicazione.

Non è diverso dai profeti e dai maestri del suo tempo che predicano un Dio che si rivolge a tutti coloro e a quanto ha creato. Lo dimostra il fatto che il dibattito relativo all’applicazione delle norme e delle leggi di Dio e alle pratiche etiche (dall’elemosina all’ospitalità) sono parte dell’insegnamento di Gesù come di altri maestri. La diversità di opinioni è cosa sana e comune nell’ebraismo ma la peculiarità della predicazione di Gesù di Nazareth è che Egli si presenta come il compimento della Scrittura e afferma di essere venuto per guarire i malati nello spirito.

Noi siamo pronti oggi ad accettare che il “compimento” sia uno spazio che ci sottrae alla chiusura delle nostre verità, dei nidi in cui ci rannicchiamo o delle tane in cui ci rifugiamo?

Crediamo che la solitudine ci autorizza a dire che siamo in tanti.

Siamo in tanti a curarci solo di noi stessi e non amiamo che il nostro moto sia destabilizzato dalla forza d’urto dell’incontro con Dio.

Basta una frase a renderci tutto questo inaccettabile: «Seguimi».

Nel 1941, in pieno conflitto bellico in Italia, il pastore Giovanni Miegge scriveva in un opuscolo intitolato “Solitudine”:

 

“Noi, nella dispersione (I Pietro 1,1) soffriamo tutti, più o meno, di un male comune: la solitudine. Sparpagliati ai quattro venti come le foglie d’autunno, uno qua e uno là; piccoli gruppi di poche unità o al massimo, di alcune decina (soltanto le grandi città possono dire: alcune centinaia), spesso lontani da luoghi di culto e più o meno osteggiati da chi ci considera come “eretici” e da evitare, siamo soli quasi sempre, quasi continuamente.

La solitudine può essere un bene, eccezionalmente, per chi ha troppo vissuto in compagnia, e ha bisogno di riposarsi e di rientrare in sé stesso: come condizione normale di vita, è molto penosa.

Un grande uomo di Dio, Elia, in un certo momento della sua vita, la sentiva così angosciosa da desiderare la morte:

 

«Basta, prendi ora, o Eterno, l’anima mia…Sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita!» (I Re 19,4; 14)

 

Anche se nessuno cerca di toglierci la vita, comprendiamo l’accorata esclamazione di Elia.

Vi sono persone incapaci di sopportare la solitudine. (...)

Se vi è una fede che può essere professata nella solitudine, è la nostra. Possedere la Parola di Dio, è con la preghiera, la condizione prima e sufficiente per una vita spirituale sana. Non abbiamo bisogno di templi sontuosi, non abbiamo bisogno di cerimonie imponenti. Abbiamo la Parola di Dio, lo strumento per eccellenza della salvezza, il grande «veicolo di grazia» (…) Non c’è nulla che possa sostituire l’Evangelo, e se dovessimo cederlo in cambio di altri vantaggi, questi sarebbero una perdita, in suo confronto.  Si può fare a meno di tutto ma non dell’Evangelo e si può sempre pregare.”

 

Noi possiamo rimanere fermi nella solitudine della nostra vita ma lasciare che l’Evangelo, la predicazione del Regno di Dio produca in noi un grande movimento.

Ecco il senso di quel volto di Cristo consapevole e concentrato che prosegue il suo cammino.

Al contrario, la dinamica con cui si scontra l’annuncio dell’Evangelo è una dinamica contraria e di immobilità: lì è la vera solitudine.

Non possiamo rimanere fermi nelle nostre vite e fingere di aspettare qualcosa se poi, quando questo si verifica, noi ci tiriamo indietro.

La predicazione dell’Evangelo è un racconto in movimento.

Nello specifico del nostro testo è un racconto in movimento verso Gerusalemme compiuto con dei compagni di viaggio.

Uomini e donne che erano stati chiamati a seguirlo o si erano offerti spontaneamente.

Forse nell’ultimo caso, più spesso colti soltanto dall’entusiasmo: la tentazione infatti può essere quella di provare un cammino nella direzione dei numeri della maggioranza o di quei movimenti che sono accolti dalle mode del momento.

Si può vivere la religione come fatto collettivo ma non sarà una fede consapevole e cosciente delle fatiche e delle gioie del cammino.

La delusione che questo racconto narra è infatti quella tipica di persone che hanno bisogno di sicurezze immediate.

Sono del tipo: «Ti seguirò ovunque andrai».

Ma la risposta asciutta di Gesù ci dice che non sappiamo quel che diciamo.

Siamo affascinati da una predicazione che nel nostro incerto vagare ci fa sembrare l’essere ricondotti al Regno di Dio una passeggiata in un campo di lavanda profumata.

Il discepolato, la sequela, è un cammino accidentato da perseguire con coscienza.

 

Tu predichi Misericordia e loro ti rispondono:

 «vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Luca 9, 54)

 

Tu predichi l’accoglienza e loro discutono su chi sia il più grande fra di loro. (Luca 9, 46-48)

E nonostante tutti gli sbagli messi in luce, il desiderio di trovare un senso, di riempire velocemente un vuoto è più forte e fa dire: «Ti seguirò ovunque andrai»

 

Ma sai dove va il Figlio dell’uomo?

Egli non va a ricevere la gloria terrena perché è un viandante e non ha dove posare il capo, non c’è una dimora dove possa stabilirsi.

L’entusiasmo non è il sentimento con cui partire: è la consapevolezza del viaggio ciò che deve caratterizzare l’inizio.

Perché saremo tentati di scendere a compromessi non appena non sentiremo più il profumo della lavanda e allora quel nostro “ovunque” sarà stato solo l’impulsivo proporsi di qualcuno che si tirerà indietro di fronte ai primi ostacoli.

Ecco la DELUSIONE.

Ma se è Iddio a rivolgerci questa chiamata, qualcosa cambia.

Il «Seguimi!» di Gesù non ammette titubanze perché è un invito alla vita anche di fronte alla morte.

La risposta data a quell’uomo che voleva seppellire suo padre appare crudele ma è, al contrario, un bellissimo invito alla vita.

La sepoltura è un ultimo estremo rito, l’addio che segna un passaggio. Il rischio che ciascuno e che molti corrono è quello di rimanere prigionieri di un dolore senza predisporsi al passaggio, alla prosecuzione della propria vita.

Le parole di Gesù sono parole d’amore, un invito a non rimanere legati all’assenza (lasciare che i morti seppelliscano i morti) ma esser pronti a un nuovo cammino di vita.

Annunziare il Regno di Dio, vivere creando legami improntanti sulla giustizia e l’amore.

Noi dovremmo vivere e non sopravvivere a qualcuno o qualcosa.

Ricominciare, andare avanti perché la vita deve essere scelta e l’annuncio del Regno di Dio ci assicura l’appartenenza a una comunità, a un popolo in cui cui trovare conforto e cura.

 

L’ultima scena, si ricollega in qualche modo a questa: salutare la propria casa, la propria famiglia.

Qui la distanza fra l’Evangelo e la prassi delle nostre vite appare estrema.

Il racconto di Luca di fatto è ben studiato e come al solito fa eco alla storia.

 

Elia partì di là e trovò Eliseo, figlio di Safat, il quale arava con dodici paia di buoi davanti a sé; ed egli stesso guidava il dodicesimo paio. Elia si avvicinò a lui, e gli gettò addosso il suo mantello.  20 Eliseo, lasciati i buoi, corse dietro a Elia, e disse: «Ti prego, lascia che io vada a dare un bacio a mio padre e a mia madre, e poi ti seguirò». Elia gli rispose: «Va' e torna; ma pensa a quel che ti ho fatto!»  21 Dopo essersi allontanato da Elia, Eliseo tornò a prendere un paio di buoi, e li offrì in sacrificio; con la legna dei gioghi dei buoi fece cuocere la carne e la diede alla gente, che la mangiò. Poi si alzò, seguì Elia, e si mise al suo servizio. 

                                 (1 Re 19:19-21)  

Eliseo come noi?

Quello che viene descritto qui è qualcosa d’altro.

Eliseo è già cosciente del peso di quel mantello: la chiamata profetica, l’annuncio della Giustizia di Dio e del suo giudizio. Nel tempo che lo distanzia dall’inizio della sua missione pensa a ciò che è accaduto.

Il libro di I Re non ci descrive l’addio straziante di un figlio e dei suoi genitori ma la preparazione di un sacrifico a Dio con cui sigillare il proprio impegno per la vita.

Dopo l’incontro con Gesù con sappiamo cosa accade neanche all’ultimo personaggio ma l’indicazione per lui e per noi è la stessa data da Elia: non si torna indietro.

Gesù come Elia e più di Elia: l’indagine che rimane aperta su questa scena diviene momento di cura per i lettori.

Pochi versi prima abbiamo letto della richiesta dei discepoli di sterminare la città di Samaria.

Per la maggior parte delle edizioni bibliche la vicenda si chiude con le parole di rimprovero di Gesù dopo la richiesta dei discepoli.

Alcuni manoscritti aggiungono i versetti che trovate nella versione Riveduta della Bibbia italiana come segue (Luca 9:55-56):

 

 Disse: «Voi non sapete di quale spirito siete animati.

 Poiché il Figlio dell’uomo è venuto, non per perdere le anime degli uomini, ma per salvarle».

 

Se questo è il progetto che è alla base della sequela: non c’è spazio per la nostalgia e gli indugi.

Quando Iddio chiama e tocca le nostre vite, sa che è il momento giusto.

Nel corso delle stagioni della nostra vita, il viaggio sarà compiuto sotto la suggestione di vari colori e profumi o con la consapevolezza di aver scelto un cammino accidentato ma giusto.

È questa la vita a cui siamo chiamati: a vivere secondo Giustizia e Misericordia.

Vivere e non sopravvivere.

Cerchiamo di usare il tempo che ci è dato per crescere nel cambiamento e riprendere il cammino con consapevolezza.  

Sia la solitudine una fase di riflessione e maturazione.

In preghiera e con fiducia saremo guidati dal volto di Chi, con passi risoluti, procedeva verso Gerusalemme per amore di tutti.

AMEN

                                                                                                


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