Il SIGNORE ti benedica e ti protegga!
Il SIGNORE faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio!
Il SIGNORE rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace! (Numeri 6:24-26)

Chiesa Evangelica Valdese

UNIONE DELLE CHIESE METODISTE E VALDESI

Rimini, Romagna e Pesaro-Urbino

Predicazione QUINTA DEL TEMPO DI PASSIONE – “JUDICA” - past. Giuseppina Bagnato

 Giobbe 19:19-27

19 Tutti gli amici più intimi mi hanno in orrore e quelli che amavo si sono rivoltati contro di me.

 20 Le mie ossa si attaccano alla mia pelle e alla mia carne e non mi è rimasto che la pelle dei denti.

 21 Pietà di me, pietà di me, almeno voi amici miei, perché la mano di Dio mi ha toccato.

 22 Perché mi perseguitate come fa Dio e non siete mai sazi della mia carne?

 23 Oh, se le mie parole fossero scritte oh, se fossero incise in un libro;

 24 se fossero scolpite per sempre su una roccia con ferro e piombo!

 25 Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si leverà sulla polvere.

 26 Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne vedrò Dio.

 27 Lo vedrò io stesso; i miei occhi lo contempleranno, e non da straniero.

     Il mio cuore (le mie viscere) si strugge dentro di me.

(traduzione di G.B. dall’ebraico)

Ulteriore lettura proposta:

Joseh Roth, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, Adelphi

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Un libro di sfide per tutti.

Il libro di Giobbe si dice che si muova nel solco dei così detta “crisi” della Sapienza di Israele.

Un lirismo che si snoda a ritmi incalzanti nel Salterio dei Salmi, nel Cantico dei Cantici, in Qoelet, Siracide e che si ritrova proprio dietro l’angolo la sfida peggiore.

Il momento in cui il credente deve fare i conti con il dolore e la sofferenza che vive e lo sommerge.

Ed a noi che viviamo quaggiù non resta che partire dal basso: seduti in mezzo alla cenere mentre grattiamo le nostre piaghe con un coccio come Giobbe.

Ma c’è una riflessione più matura e grande dietro questa testimonianza.

Una riflessione sulla ricostruzione.

Israele sa che, in un mondo regolato da leggi divine che si inanellano per assicurare l’equilibrio del tutto, ci siamo inseriti noi con un nuovo decreto umano che detta nuove regole, tempi e cambia la vita di tutti senza tutelare chi dietro a questi nuovi ritmi non vuole o non riesce a stare.

 Il principio però era un altro.

Iddio disse:

Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io vi ho posto davanti la vita e morte, la benedizione e la maledizione: scegli dunque la vita, perché tu viva e la tua discendenza, amando il Signore Dio tuo, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abraamo, Isacco e Giacobbe.

Deuteronomio 30: 19-20

Ma lo sguardo di chi crede nella Giustizia e nella legge del Creatore, si oppone a quella del decreto umano di sfruttamento del mondo ed è certo che vedrà le benedizioni di Dio.

È qui che arriva la sfida per il credente: la prova della fede.

Come leggiamo noi il male che giunge a toccare le nostre vite nella giustizia del nostro agire?

Le voci esterne ci dicono che dobbiamo trovare la sua radice dentro di noi per comprendere, per estirparlo prima che infetti tutto.

Ma è davvero questo il senso di ciò che ci accade?

Mi è tornata in mente una conferenza del maestro Haim Baharier che è stata pubblicata in un piccolo saggio dal titolo “I fini ultimi”.

Baharier apre così:

Con il passare del tempo e l’accumularsi degli anni sulle spalle, ho maturato la convinzione che le buone domande non abbiano risposta, mentre tutte le altre nonne meritino.

 

Le domande di Giobbe, le sue preghiere ed esternazioni sono giuste perché ad esse solo Iddio potrà rispondere.

È Iddio che Giobbe invoca e vuole vedere.

Un libro magnifico, profondo e difficile perché giunge ad una riflessione consapevole nell’isolamento di un tempo in cui rileggiamo la nostra storia e ci soffermiamo sui frammenti.

Giobbe porta con sé l’esperienza di una comunità di fede sopravvissuta alla catastrofe dello sterminio. Lo fa con la poesia e la prosa. Lascia alla letteratura sapienziale il compito di narrare le viscere e fasciare i cuori.

Giobbe è il frutto del pensiero di chi ce l’ha fatta; la generazione sopravvissuta alla perdita dei propri cari senza possibilità di congedo perché passati a fil di lama, bruciati vivi, trucidati, violati.

L’eco del popolo di Dio arriva in un tempo di superamento dell’isolamento, dopo la deportazione in Babilonia.

Se il popolo di Dio era giusto qual è il senso di quanto accaduto loro?

Un estratto e un ricordo sempre di Baharier ci aiuta a ricomporre il filo delle esperienze di fede che nel tempo si ripresentano nella trama delle nostre esistenze.

 

Uno dei più grandi insegnamenti sulla vita e sulla morte l'ho ricevuto da una persona a me molto vicina, che però non ho mai conosciuto di persona: mio nonno materno, dal quale ho preso il nome. È morto di stenti e di fame nel getto di Varsavia, nel 1942, come migliaia di altre persone ogni giorno in quel periodo.

Mia madre mi raccontava sempre che quando lo portarono via fu pronunciata una brevissima orazione funebre: seppur bambina, se la ricordava benissimo proprio per la sua semplicità. Chi era venuto a prendere il nonno per portarlo al deposito - non al cimitero, perché non c'era la possibilità di tumulare nessuno - disse ciò nonostante:

« Haim, tu sei stato fortunato e lo sei tuttora. Avrai una sepoltura, mentre noi no». E aggiunse: « Probabilmente sei stato un giusto».

Ci vuole tempo per elaborare la profondità di questa frase «avrai una sepoltura.»

 

Haim Baharier, I fini ultimi, © 2012 Asmepa Edizioni

 

L’urlo di Giobbe, il giusto, è quello dei credenti le cui preghiere salgono verso Dio.

23 Oh, se le mie parole fossero scritte oh, se fossero incise in un libro;

 24 se fossero scolpite per sempre su una roccia con ferro e piombo!

 

L’autore conosce oltre i salmi e le profezie, il racconto che circola in Oriente sulla storia di un uomo retto colpito improvvisamente più di altri, da disgrazie e sofferenze.

Lo prende a simbolo dell’umanità.

Giobbe di Uz, un non ebreo che testimonia la sua fede in Dio a beneficio di una comunità sradicata e senza luogo di culto. La protesta di Giobbe che chiede spiegazioni a Dio del male che lo ha colpito.

Chi scrive non è né profeta né sacerdote eppure svolge un ministero pastorale ed è ambasciatore cosmopolita di una profezia che si insinua fra le piaghe di una generazione in sofferenza.

C'era nel paese di Uz un uomo chiamato Giobbe. Quest'uomo era integro e retto, temeva DIO e fuggiva il male. Gli erano nati sette figli e tre figlie.

Inoltre, possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e un grandissimo numero di servi. Così quest'uomo era il più grande di tutti gli Orientali.

I suoi figli solevano andare a banchettare in casa di ciascuno, nel suo giorno, e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro.

 Quando la serie dei giorni di banchetto era terminata. Giobbe li andava a chiamare per purificarli, si alzava al mattino presto e offriva olocausti secondo il numero di tutti loro, perché Giobbe pensava:

"Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano bestemmiato DIO nel loro cuore".

Così faceva Giobbe ogni volta.

 (Job 1:1-5 LND)

Poi, improvvisamente tutto crolla e giunge la prova.

Perde tutto Giobbe e i pochi amici che gli rimangono lo accusano di esser stato la causa del proprio male.

19 Tutti gli amici più intimi mi hanno in orrore e quelli che amavo si sono rivoltati contro di me.

 20 Le mie ossa si attaccano alla mia pelle e alla mia carne e non mi è rimasto che la pelle dei denti.

 21 Pietà di me, pietà di me, almeno voi amici miei, perché la mano di Dio mi ha toccato.

 22 Perché mi perseguitate come fa Dio e non siete mai sazi della mia carne?

 

Giobbe rifiuta il discorso di chi si erge a giudice eppure alla fine stanco nel corpo ma ancor più sfiduciato dal silenzio di Dio, lo rifiuterà, accuserà Dio di non praticare alcuna Giustizia e di non applicare la Sua legge con l’equità della legge umana.

È questo il nodo del libro.

Davvero crediamo che la nostra legge sia giusta?

  • Osservando la nascita e l’evolversi dei vari mali che abbiamo innestato, siamo davvero certi di poterli controllare, limitare, far cessare?
  • E ancora di più, imputare le colpe di tutto a Dio senza pensare alla nostra responsabilità di scelta fra la vita e la morte?Di relazione fra Dio e il Creato?

Chi scrive quest’opera dice di no. Ci parla dell’esperienza di chi ci ha preceduti.

Incapaci di gestire il male, esso è cresciuto in seno al popolo, ha proliferato ed è stato la causa della propria rovina. A quel punto Israele ha vissuto l’isolamento come luogo di ricerca per migliorarsi.

Mentre scomparivano le generazioni passate, attraverso il presente, chi rimaneva aveva il compito di ricostruire per il bene di tutti. Per non ripetere gli stessi errori. Ecco cosa c’è dietro il pensiero del libro di Giobbe.

Anche quando siamo giusti abbiamo anche una responsabilità collettiva.

  • In questo tempo di forzata riflessione, di fronte la morte e la sofferenza, ci stiamo rendendo conto di tutto ciò che davvero questo significa per la nostra fede oggi?
  • E domani, saremo pronti per la ricostruzione di una nuova identità più cosciente e vicina alla Legge di Dio?

L’ appello alla conversione degli sguardi di Giobbe era nota anche alla profezia maggiore di Israele. Ecco cosa testimonia il libro di Ezechiele:

La parola del SIGNORE mi fu ancora rivolta, in questi termini:

«Figlio d'uomo, se un popolo peccasse contro di me commettendo qualche infedeltà, e io stendessi la mia mano contro di lui, e gli spezzassi l'asse del pane, e gli mandassi contro la fame, e ne sterminassi uomini e bestie, e in mezzo a esso si trovassero questi tre uomini: Noè, Daniele e Giobbe, questi non salverebbero che sé stessi, per la loro giustizia, dice DIO, il Signore.

 (…)

  Infatti, così parla DIO, il Signore: Non altrimenti avverrà quando manderò contro Gerusalemme i miei quattro tremendi giudizi: la spada, la fame, le bestie feroci e la peste, per sterminare uomini e bestie.

 Ma ecco, ne scamperà un residuo, dei figli e delle figlie, che saranno condotti fuori, che giungeranno a voi, e di cui vedrete la condotta e le azioni; allora vi consolerete del male che io faccio venire su Gerusalemme, di tutto quello che faccio venire su di lei.

Essi vi consoleranno quando vedrete la loro condotta e le loro azioni, e riconoscerete che, non senza ragione, io faccio quello che faccio contro di lei, dice DIO, il Signore».

(Ezechiele 14:12-23 NRV)

 

La sapienza d’Israele non conosce confini etnici nel descrivere la potenza di Dio.

Il profeta Ezechiele nel proclamare il giudizio di Dio non a caso riconduce all’esempio di Noè, Daniele e Giobbe.

Noè e Giobbe sono non ebrei giusti davanti a Dio.

Daniele, il profeta il cui nome significa “Dio giudica”, l’adolescente deportato in Babilonia con i superstiti e chiamato al ruolo profetico in mezzo a popolo devastato dalla morte, è l’anello di congiunzione simbolico. Dio giudica fra i popoli senza distinzione coloro che verranno annoverati fra i giusti.

Questa è parola di Dio: l’unica in grado di misurare la maturità del nostro sguardo e la nostra prospettiva di lealtà alla Giustizia.

Una parola di profezia rivolta da Israele verso tutta l’umanità rinata sotto l’arcobaleno visto da Noè e confessante la propria fede per bocca di Giobbe.

Giobbe trasforma la sua confessione in una certezza di fede.

 

Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si leverà sulla polvere. V.25

 

C’è in lui una speranza che contraddice l’esperienza.

 

   26 Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne vedrò Dio.

   27 Lo vedrò io stesso; i miei occhi lo contempleranno, e non da straniero.

         Il mio cuore (le mie viscere) si strugge dentro di me.

 

Ora proclama la certezza nell’intervento del suo Redentore.

Ecco la resurrezione che il suo cuore, le sue viscere attendono e che divengono articolo di fede.

 

«Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento su polvere e cenere»

 (Giobbe 42,5-6)

Amen

 


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