Il SIGNORE ti benedica e ti protegga!
Il SIGNORE faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio!
Il SIGNORE rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace! (Numeri 6:24-26)

Chiesa Evangelica Valdese

UNIONE DELLE CHIESE METODISTE E VALDESI

Rimini, Romagna e Pesaro-Urbino

Isaia 40: 26-31 predicazione del 19 aprile 2020 - past. Giuseppina Bagnato

Isaia 40: 26-31

26 Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tutto questo? Chi fa uscire una per una, numerandole, le schiere celesti, chiamando ciascuna con il suo nome sicché nessuna ne manchi? Tanto è l’abbondanza del suo generare e la potenza della sua forza!

27 «Perché dici, o Giacobbe, e tu, Israele, affermi: "Il mio cammino è nascosto al Signore e il mio diritto trascurato?”».

28 Non lo sai, non l'hai udito? Il DIO Eterno, il Signore Creatore dei confini della terra, non si affatica e non si stanca, la sua intelligenza è insondabile.

29 Egli dà forza allo stanco, aggiunge vigore all’impotente.

30 I ragazzi si stancano e si affaticano, i giovani possono inciampare,

31 ma coloro che aspettano il Signore acquistano nuove forze; si innalzano con le ali come aquile, corrono senza stancarsi, camminano senza affaticarsi.

 

La parola di Dio è esercizio di dialogo costante. Lo è non soltanto a livello personale e soggettivo, ma soprattutto collettivo: fra le generazioni e dentro esse.

Solo attraverso il nostro dialogo con Dio riusciamo ad assaporare queste parole: le sentiamo fra i denti giungere dallo stomaco, come attraverso l’esperienza di Giobbe su cui abbiamo riflettuto qualche settimana fa. Le sue ferite, le sue richieste, le sue attese, sono quelle di un popolo che Isaia avverte mormorare attorno alle tavole del pasto.

È passata la Pesach, ma come credere ancora nelle benedizioni di Dio, nel canto intonato durante la festa che ripete incessante: “Dayenu – ci sarebbe bastato”?

Dio avrebbe potuto far molto di meno per noi e ci sarebbe bastato invece ha fatto di più.

Ci ha donato la possibilità di vedere: vivere liberamente le nostre vite. Ma non immaginavamo di doverci misurare con le conseguenze della nostra libertà.

Nel testo di Isaia emerge questo sguardo lucido. Il coraggio intellettuale che si scioglie nella poetica e ricorda a tutti noi ciò che Dio ha già fatto e ciò che ancora farà mentre noi siamo lì a dubitare della sua intelligenza generatrice.

È Iddio rimane Dio solo il centro del discorso di Isaia, che non si lascia distrarre dal lamento del singolo che diventa di popolo e ridà oggettività allo sguardo di chi crede di essere il centro della vita.

Perché nella pluralità dei nomi con cui ogni essere umano, ognuno di noi ripete il percorso di chi ci ha preceduti, non impariamo?

 

Perché dici, o Giacobbe, e tu, Israele, affermi: "Il mio cammino è nascosto al Signore e il mio diritto trascurato?”

 

Il popolo piange nella terra dell’esilio e si chiede se davvero il loro Dio non sia meno potente delle potenze umane che li hanno sottomessi. Denaro, armi, benessere, controllo. Tanti idoli muti dicevano i profeti , ma qualcosa hanno prodotto nella storia se loro sono divenuti i loro dominatori.

Isaia si rifiuta di seguire il flusso dei nostri lamenti.

 

Egli è in mezzo a loro, più operoso di loro, mette la sua via in pericolo più di loro ed è cosciente per la verità della sua fede, per quella chiamata che Dio rivolge a ciascuno di noi, non potrebbe fare diversamente.

Isaia vuole riconnettere il popolo alla sua narrazione principale: Dio.

È davvero possibile non considerare che siamo connessi gli uni gli altri?

Il male che ha generato la rovina del popolo – afferma Isaia – è frutto delle vostre scelte personali, operate per ciò che ci soddisfa nell’immediato: il "solo me!"

Vivevamo senza considerare il progetto per il quale Dio ci ha plasmati. Eravamo alla fine del tutto e potevamo ben vederne la bellezza e la perfezione e abbiamo scelto: c’è sempre una possibilità di scelta.

Isaia riapre le menti e annoda i cuori a quell’universo stellato da cui tutto è partito.

La speranza è l’attesa.

 

L’attesa è il tempo ridato ad ogni generazione di riconciliarsi con i propri errori e la propria storia per rispecchiarsi in quelle stelle in cui è scritta una promessa di vita.

Abraamo fu chiamato per nome a contarle: gli fu data speranza nell’attesa perché sarebbero state segno di una discendenza.

Una discendenza attraverso la storia nella memoria, segno di una benedizione legata al Patto e una Promessa.

Egli siede al di sopra della volta del mondo, i cui abitanti sono come cavallette. Egli distende i cieli come un velo, li dispiega come una tenda in cui si abita.

 (Isa 40:22 IEP)

L’immagine delle cavallette mi pare quanto mai calzante se guardiamo oggi al mondo ma c’è anche un rimando importante alla memoria. L’incredulità del popolo salvato da Dio quando vive il tempo del dell’attesa.

 

Dopo quaranta giorni, tornarono dall'esplorazione del paese

 26 e andarono a trovare Mosè e Aaronne e tutta la comunità dei figli d'Israele nel deserto di Paran, a Cades: riferirono ogni cosa a loro e a tutta la comunità e mostrarono loro i frutti del paese.

 27 Fecero il loro racconto, e dissero:

«Noi arrivammo nel paese dove tu ci mandasti, ed è davvero un paese dove scorre il latte e il miele, ed ecco alcuni suoi frutti.

 28 Però, il popolo che abita il paese è potente, le città sono fortificate e grandissime, e vi abbiamo anche visto dei figli di Anac.

 29 Gli Amalechiti abitano la parte meridionale del paese; gli Ittiti, i Gebusei e gli Amorei, la regione montuosa; e i Cananei abitano presso il mare e lungo il Giordano».

 30 Caleb calmò il popolo che mormorava contro Mosè, e disse:

«Saliamo pure e conquistiamo il paese, perché possiamo riuscirci benissimo».

 31 Ma gli uomini che vi erano andati con lui, dissero:

 «Noi non siamo capaci di salire contro questo popolo, perché è più forte di noi».

 32 E screditarono presso i figli d'Israele il paese che avevano esplorato, dicendo:

 «Il paese che abbiamo attraversato per esplorarlo è un paese che divora i suoi abitanti; tutta la gente che vi abbiamo vista, è gente di alta statura; 33 e vi abbiamo visto i giganti, figli di Anac, della razza dei giganti. Di fronte a loro ci pareva di essere cavallette; e tali sembravamo a loro».

                                                                                                                                                        (Num 13:25-33 NRV)

 

Noi crediamo che il potere di stabilire il nostro tempo sia nelle nostre mani ma ci sbagliamo.

 

Egli riduce i prìncipi a nulla, e annienta i giudici della terra;

 24 appena piantati, appena seminati, appena il loro fusto ha preso radici in terra, egli vi soffia contro, e quelli inaridiscono e l'uragano li porta via come stoppia.

 25 «A chi dunque mi vorreste assomigliare, a chi sarei io uguale?» Dice il Santo.

(Isa 40:23-25 NRV)

Ecco a cosa risponde oggi la parola di questa profezia con parole da poeta.

Isaia prende seriamente in esame le crisi esistenziali del popolo e con esso le nostre, ma le demolisce facendo appello all’impossibile: nessuno di noi può ritenersi autosufficiente e onnipotente.

Solo il ridimensionare il nostro agire, affidandoci al disegno iniziale di Dio - un mondo regolato da leggi perfette - può salvarci dalla distruzione.

Rompere questo equilibrio per poi fuggire di fronte alle nostre responsabilità è una risposta.

È ciò che causa il nostro perire.

La lezione fondamentale è preparare il nostro cuore nuovamente ad aprirsi verso la narrazione del nostro essere strettamente connessi e legati agli equilibri voluti da Dio.

Nella certezza della sua Presenza, nella sua volontà Buona, in un equilibrio da mantenere, ritroviamo la possibilità di acquisire nuove forze.

Anche i più giovani si stancano ma chi sa aspettare e riflettere, nutrirsi e ponderare le proprie scelte, apre le proprie braccia come le ali di un’aquila.

 

In questa fiducia deve risiedere il nostro centro.

Non nel timore della fine della vita ma nella riscoperta della vita stessa.

La memoria del passato serve oggi al nostro presente per comprendere il percorso da ricercare per la nostra liberazione.

Liberazione dagli idoli: dalle costruzioni che pensiamo ci garantiranno velocità e sicurezze, benessere.

Rimarremo in attesa che tutto passi per poi lamentarci nuovamente dell’assenza di Dio o riconosceremo che l’abbiamo rifiutata e abbiamo deciso di inseguire un’immagine di potenza per esser forti fra le cavallette?

 

Il periodo della Pasqua ebraica segna la rinascita, il periodo della primavera per cibarsi del primo raccolto.

I frutti di questa primavera saranno diversi quest’anno per questa generazione.

Isaia ci invita a essere coloro che camminano senza stancarsi, che sanno correre e librarsi nel cielo perché hanno saputo attendere Dio e riconvertire le proprie vie.

 

La consolazione arriva dopo il dolore.

C’è una famosa scultura di Auguste Rodin che si intitola la “Mano di Dio”.

È una mano bianca di marmo che accoglie e protegge due figure, un uomo ed una donna, accoccolati, vicini, l’uno accanto all’altra, uniti e connessi così intimamente dal quel palmo, da non poter capire bene dove finisca l’essere creato e dove inizi l’arto del Creatore.

Questa è la nostra immagine di partenza.

Isaia 40 scriveva nel verso 12:

 

Chi ha misurato le acque nel cavo della sua mano o preso le dimensioni del cielo con il palmo?

Chi ha raccolto la polvere della terra in una misura o pesato le montagne con la stadera e i colli con la bilancia?

 

AMEN


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