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Meditazioni
Lavoro“Dio il SIGNORE prese dunque l' uomo e lo pose nel giardino di Eden perché
lo lavorasse e lo custodisse.” (Genesi 2,15) Acquisire
il pane per sé e per la propria famiglia, quando queste parole sono state
scritte, costava già una dura fatica. La terra promessa, in cui scorre il latte
e il miele, in realtà aveva finito col produrre spine e rovi. L’Egitto con le
sue pignatte di carne continuava ad essere un rimpianto o un miraggio, ma il
prezzo che il faraone faceva pagare era la schiavitù. Ma anche in Israele
accadeva che uomini e donne dovevano vendersi e il profeta Amos denunciava
coloro i quali volevano “divorare il povero” e fremevano perché il sabato
passasse “per comprare con denaro i poveri, e l' indigente se deve un paio di
sandali” (Amos 8). E’ stato sempre così? Gli antichi rabbini, interpretando
il nostro versetto, affermavano “.
L’uomo non fu creato se non per la fatica. Se merita, faticherà nello studio
della Torah; se non merita, faticherà nel lavoro della terra” (Beresit Rabba
XIII.7). La cifra costante è
dunque la fatica. Ma il discorso della fatica in realtà nasce dopo il peccato. Nella
raccolta “Le leggende degli ebrei” curata da L.Ginzberg, viene detto “La
natura del paradiso era tale che Adamo non aveva bisogno di lavorare la terra”
e Lutero, ne “La libertà del cristiano” interpreterà il lavoro di Adamo
“acciò non se ne stesse ozioso”. Per
il nostro autore c’è un dopo, vissuto e sperimentato e un prima –che
qualcuno definisce rivelato- e che ci rimanda a quello che dovrebbe essere il
lavoro. E’ bella l’immagine che ci viene offerta dell’Adamo che viene
preso e viene posto. Anche oggi uomini e donne vengono “presi” dai loro
paesi lontani, o dalle loro necessità e vengono “posti” immessi nel mercato
del lavoro, a volte sono presi per essere schiavizzati, e a volte sono non solo
schiavizzati ma anche mercificati. Nella parola del Genesi è il Creatore, del
quale noi portiamo l’immagine, che ci chiama a collaborare con Lui facendoci
suoi partner responsabili; sulle pagine dei quotidiani leggiamo che il faraone
non è precipitato coi suoi cavalli e i suoi cavalieri, ma continua imperterrito
a rendere non solo faticoso, ma addirittura maledetto il lavoro, seminando non
solo sudore, ma anche sangue e morte. Alle morti sul lavoro si aggiunge la
prospettiva, di poter (dover) lavorare fino a 65 ore settimanali, mentre nel
mondo, sono più di 250milioni i bambini che vengono sfruttati dai signori del
lavoro. E’ il prevalere dell’economia sulla vita, dell’avidità sulla
condivisione, della paura sull’accoglienza. Il
Signore Gesù ci offre un modello di vita diverso, Nella traduzione del rav
Dario Disegni edita dalla Giuntina troviamo in calce al nostro versetto questa
nota “La forma grammaticale fa apparire probabile l’interpretazione “Lo
pose nel giardino d’eden affinché gli prestasse culto e l’osservanza
dovutaGli”. Ritornare
a vivere il lavoro come un culto, un servizio, reso a Dio e al nostro prossimo
è l’inversione di tendenza che, come credenti, possiamo portare nella nostra
società. Arrigo
Bonnes povertá“Chi
opprime il povero offende colui che l’ha fatto, ma chi ha pietà del bisognoso,
lo onora.” (Proverbi
14,31) La
bibbia ci testimonia che l’antico popolo di Israele, dopo il grande sogno “che
non vi sarà nessun povero in mezzo a voi, poiché il SIGNORE senza
dubbio ti benedirà nel paese che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà in eredità,
perché tu lo possegga”
(Deut.15,4) ha dovuto fare i conti con una realtà diversa “Se
ci sarà in mezzo a voi in una delle città del paese che il SIGNORE, il tuo Dio,
ti dà, un fratello bisognoso, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la
mano davanti al tuo fratello bisognoso (15,7) ha dovuto infine riconoscere “che
i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò io ti do questo comandamento
e ti dico: apri generosamente la tua mano al fratello povero e bisognoso
che è nel tuo paese(11). I profeti e i sacerdoti di Israele, davanti a
questa incontestabile realtà –della distanza cioè tra la promessa di Dio e
la sua realizzazione umana-, si sono fatti carico di denunciare, nei luoghi di
culto, le ingiustizie di una società in cui i potenti circoli economici -le cui
operazioni erano dettate esclusivamente dal profitto e si basavano sullo
sfruttamento economico del debole- finivano col creare povertà. Come leggiamo nel nostro versetto anche i circoli sapienziali di Israele
condividono la denuncia e nello stesso libro dei Proverbi come nel Salmi
ripetutamente incontriamo espressioni che dichiarano lo schierarsi di Dio dalla
parte di coloro che, secondo l’ampiezza semantica del termine ebraico qui
usato, indica non soltanto il povero, in senso economico, ma anche
il debole, il fragile, l’inconsistente. Opprimere è un qualche cosa
che si oppone alla vita, opprimere il povero è negare la possibilità di vita
al povero e chi nega la vita nega il datore della vita, cioè il Creatore. Oggi si sente molto parlare nel nostro Paese della “difesa della vita”,
ma ancor più della difesa della vita (che “sembra” però venire da una
parte sola) tutti, ma proprio tutti (o quasi) parlano della “crescita”. E la
Crescita (usiamo pure il maiuscolo, poiché è il Verbo del nostro tempo) è
naturalmente quella economica. Nel villaggio globale in cui dicono che viviamo
non mi pare però che abbiamo la cultura del villaggio, quella cioè della
vicinanza, della solidarietà, della condivisione, della compartecipazione,
dell’assunzione di corresponsabilità; forse la nostra cultura è più quella
della torre, della fortezza e così voci lontane ci dicono che centinaia di
milioni di esseri umani non hanno di che mangiare, che milioni e milioni di
“portatori dell’immagine di Dio” –come ha annotato Giovanni Diodati su
questo versetto- muoiono di fame. Che fare?L’antico Israele per bocca dei suoi profeti, dei suoi sacerdoti,
dei suoi sapienti ha esortato al cambiamento di rotta che si traduce in non
profitto, non crescita a tutti i costi ma in “pietà” cioè l’azione
concreta, il “fare per”, e anche Gesù dirà: “date voi loro da mangiare”
(Ev.s.Marco). Solo questo fare riesce a “dare pesantezza” (onorare) al
Creatore. Arrigo Bonnes sicurezzaEzechia
rispose a Isaia: «La parola del SIGNORE che tu hai pronunziata, è buona». Poi
aggiunse: «Sì, se almeno vi sarà pace e sicurezza
durante la mia vita». (2 Re 20,19) Così ha pensato e detto il re di Israele dopo che il profeta Isaia gli
aveva annunciato che di tutto ciò che i suoi avi erano riusciti ad accumulare
non sarebbe rimasto più nulla, poiché la grande voragine babilonese avrebbe
ingoiato tutto e anche i suoi figli avrebbero seguito la stessa sorte. Questa
parola non deve trarre in inganno: non è supina accettazione della volontà di
Dio, non è esaltazione della grandezza del re che sembra non tenere in grande
considerazione le ricchezze che possiede, fino a rinunciare anche alla famiglia
e alla discendenza pur di garantire a se e al suo regno, pace e sicurezza per il
tempo che gli rimane ancora da vivere. L’assillo del regno di Giuda, alla fine
dell’ottavo secolo a.e.v. era sicuramente la pace e la sicurezza dei suoi
confini. E il re Ezechia è disposto a pagare un prezzo ben alto per averle.
Anche nel nostro tempo e nel nostro Paese si parla molto di sicurezza.
Tanto da divenire, per molti, forse per troppi, un problema assillante. Da un
lato c’è indubbiamente il problema della sicurezza sociale: il lavoro che
diventa sempre più precario, la salute che viene minata dall’ambiente e dalle
condizioni di lavoro, la pensione parzialmente garantita alle generazioni che da
poco sono entrate nel mondo del lavoro. Qual è il prezzo che siamo disposti a
pagare per ridare sicurezza in questo campo? Ma stando a quello che vediamo e
sentiamo in giro pare che il problema vero sia quello della sicurezza fisica e
della proprietà. Si leva il grido: abbiamo bisogno di protezione! Le finestre
hanno le inferriate, le porte sono blindate, le telecamere ci seguono in tutti
nostri movimenti. Norme e pacchetti (come se fossero dei bei regalini) vengono
predisposti per la nostra sicurezza: più polizia, l’esercito a presidiare le
città, l’espulsione di chi è diverso da noi. Meno libertà, meno giustizia,
meno solidarietà, meno umanità. Viviamo con il complesso del castello
assediato. Davanti a tanti cancelli capita sempre più spesso di leggere
cartelli che dicono “attenti al cane e attenti al padrone” e accanto alla
parola padrone c’è il disegno della pistola.
La parola ebraica che è stata tradotta con “sicurezza” ha, nella sua
radice, un’ ampiezza meravigliosa
che ci conduce all’immagine della fedeltà (Salmo 117,2), della verità (Salmo
85,11), della fiducia. Credo che il Signore ci proponga un’inversione di
tendenza: è su queste parole, quali la fedeltà di Dio, la pratica della verità,
la costruzione di rapporti capaci di creare fiducia che forse potranno darci la
sicurezza di cui sentiamo il bisogno. La storia ci ha detto che la scelta di
Ezechia ha finito col portare alla distruzione della città di Gerusalemme e
alla deportazione della sua popolazione. Noi che facciamo? Riusciremo a ripetere
col salmista (4,8) “In
pace mi coricherò e in pace dormirò, perché tu solo, o SIGNORE, mi fai
abitare al sicuro.”? Arrigo
Bonnes |
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