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chiesa evangelica valdese
UNIONE DELLE CHIESE METODISTE E VALDESI
Last update 30-06-2008

Viale Trento 61
47900 Rimini (RN), Italia

telefono: (+39) 0541-51055

e-mail: Chiesa Valdese Rimini

LA MELAGRANA

“L’albero –come scrive Orietta Servettaz su “Un giorno, una parola 2006, pagg.31 e 32- secondo una leggenda era quello della vita nell’Eden, perciò divenne simbolo della speranza nella vita eterna nell’arte cristiana primitiva”. Nell’Antico Testamento è citata come uno dei frutti della Terra Promessa e per i cristiani: il rosso della melagrana simboleggiava il sangue dei martiri e la carità. All’interno del frutto vi sono semi succosi e trasparenti distribuiti in loculi separati da sottili membrane.

Abbiamo pensato di adottare questo frutto per rappresentare simbolicamente la nostra realtà. La speranza che ci sostiene, la testimonianza che dobbiamo al nostro Signore e salvatore, l’ agape che dovrebbe guidare le nostre azioni. Il nostro essere uniti, compatti come il frutto, che a viste esterne a volte appare duro  per l’intransigenza che assumiamo davanti al male, ma che nello stesso tempo è sempre pronto ad aprirsi e spargere i suoi chicchi per dare sapore e colore.

Semi di melagrana (ovvero i nostri pensieri tradotti in parole)

Scuola? A noi piace laica 

di Adelfia Sessa Alfieri

febbraio 2006

La laicità oggi 

di Aldo Venturelli

febbraio 2006

La testimonianza dei gruppi omosessuali in Italia 

di Mauro Ortelli

febbraio 2006

Una testimonianza: ci hanno detto che … 

di Fernando Otalora

aprile 2006

E come Mosè innalzò il serpente.. 

di Arrigo Bonnes

aprile 2006

** Appunti per una storia della chiesa di Dovadola 01 

di Arrigo Bonnes

aprile 2006

Sul documento di Accra 

di Aldo Venturelli

aprile 2006

Laicità umiliata 

di Aldo Venturelli

giugno 2006

*Dire pentecoste 

di Arrigo Bones

giugno 2006

In coda al viaggio ad Auschwitz

di Arrigo Bonnes

giugno 2006

A proposito di Milion Dollar Baby 01 

di Aldo Venturelli

agosto 2006

A proposito di Milion Dollar Baby 02 

di Erberto Lo Bue

agosto 2006

**Appunti per una storia della chiesa di Dovadola 02 

di Arrigo Bonnes

agosto 2006

Laicità dello Stato e insegnamento religioso. L’esperienza tedesca 

di Aldo Venturelli

ottobre 2006

Ricordare il 31 ottobre 1517 

di Arrigo Bonnes

ottobre 2006

1

SCUOLA? A NOI PIACE LAICA.

Può capitare che in una scuola superiore una classe venga chiamata ad assistere ad una conferenza su un dipinto di Leonardo e si ritrovi a partecipare all’apertura del Congresso Eucaristico Diocesano. Il tutto all’insaputa dei genitori. Oppure che durante un’assemblea degli studenti, chiesta per avere informazioni su anticoncezionali e tecniche abortive, ci si trovi ad ascoltare i proseliti del “Movimento per la vita”. O ancora, cosa gravissima, che in alcune scuole le lezioni vengano sospese il giorno precedente l’inizio delle vacanze natalizie per portare tutti gli studenti  a messa.

Queste sono solo alcune delle esperienze che uno studente può fare nella scuola pubblica italiana.

A questi episodi, magari contingenti, ma rivelatori, e a quanto pare ricorrenti, in una forma o nell’altra, in moltissime se non in tutte le scuole, si possono aggiungere fenomeni più strutturali, che riguardano il sistema scolastico come tale. Consideriamo, ad esempio,  i favoritismi nei confronti di circa diecimila insegnanti di religione cattolica, che vengono immessi in ruolo avendo come unico requisito il gradimento della Curia. Questi docenti, essendo ormai di ruolo, hanno diritto al mantenimento del posto di lavoro, anche se perdono tale requisito, ed anche se, in ipotesi, tutti gli alunni della loro scuola rifiutassero di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Passerebbero in tal caso ad insegnare altre materie, e questo mentre migliaia di insegnanti precari (già vincitori di concorsi) aspettano da anni di passare in ruolo.   

Si può ancora parlare, dunque, di laicità della scuola?

Certamente no. Certamente non è in una prospettiva di laicità che si muove l’attuale ministro della Pubblica Istruzione. Basti ricordare che uno dei suoi primi atti è stato il ribadire l’importanza di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, seguito dal bonus dato alle famiglie che iscrivevano i figli nelle scuole private (in Italia per la maggior parte cattoliche). E non finisce qui. L’estate scorsa è stato varato un provvedimento che aumenta di 30 milioni di euro la somma da distribuire agli utenti delle scuole private; e questo a fronte dei tagli consistenti operati nei confronti della scuola pubblica. E che dire del ritorno in pagella del voto di religione cattolica, senza che nella pagella compaia alcun riferimento ad eventuali attività alternative?

Ma quello che più di tutto meraviglia, è come tutto questo avvenga, sostanzialmente, nel silenzio dei sindacati, dei partiti cosiddetti laici, dei genitori stessi. Sembra che la laicità della scuola non importi più a nessuno.

E a noi? A noi la scuola piace laica. Laica e pluralista. È più che giusto che una dimensione d’enorme importanza storica e culturale come quella religiosa abbia spazio nella scuola, e dovrebbe anzi averne assai di più. Ma l’informazione (scientifica e non dogmatica) sui fenomeni religiosi dovrebbe riguardare tutto il panorama delle religioni esistenti nel mondo, dal momento che i nostri figli devono confrontarsi ogni giorno con una molteplicità di culture diverse, ed hanno bisogno di essere formati appunto alla multiculturalità come fondamento necessario del mondo futuro. Altrimenti la diversità religiosa, volutamente abbandonata dalla scuola all’ignoranza, non potrà incontrare che il pregiudizio e quindi il rifiuto intollerante, mentre la stessa religione cattolica verrà mortificata a verità ufficiale imposta autoritativamente, irrigidendosi sempre di più in un dogmatismo senz’anima che non rende giustizia al modo in cui tanti fedeli (e per fortuna anche tanti sacerdoti) oggi la vivono.

Nulla è più miope, in realtà, che quest’arroccamento nel privilegio, che è solo l’altra faccia della mancanza di una fede autentica, che non avrebbe bisogno di appoggiarsi a puntelli istituzionali e non avrebbe paura della complessità del mondo.   

Inizio

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Laicità

Il 17 febbraio di quest’anno è stato dedicato dalla Chiesa Valdese al tema della laicità. Oggi il tema è molto discusso, e non solo in Italia: alcune profonde trasformazioni, sia della scena politica internazionale che degli scenari culturali, hanno riportato il tema in primo piano nel dibattito politico, religioso e culturale. In questa occasione l’editrice Claudiana ha pubblicato un piccolo, ma denso volume, dal titolo Laicità umiliata, curato da Dora Bognandi e Martin Ibarra; il libro può essere facilmente reperito direttamente nella Chiesa e può fornire a tutti una prima e stimolante informazione sui temi oggi in discussione. Non bisogna infatti dimenticare che proprio in questi ultimi mesi si sono resi disponibili nelle librerie altri e significativi volumi, che da diverse prospettive e con interpretazioni variegate affrontano il tema.

Non è intenzione in questa breve presentazione dare conto di tutti i contributi presenti nel volume, ma soprattutto soffermarsi su due principali dimensioni in esso presenti: per un verso quella filosofica-teologica, per l’altro quella dell’analisi sociologica di alcuni aspetti del fenomeno religioso oggi. Per quanto riguarda la prima dimensione, appare di particolare importanza il saggio molto coinciso, ma di grande chiarezza, di Fulvio Ferrario. Laicità e cristianesimo sono a suo avviso due termini inscindibili: il cristiano ha ricevuto in dono da Dio – e dalla riconciliazione con Dio attraverso Cristo – una specifica dignità, quella di vivere “come persone libere nel mondo, assai coraggiosamente affidato dal Creatore alla loro responsabilità”. Sulla base di questo dono, la stessa Chiesa deve essere laica, perché la Chiesa è il luogo stesso di questo dono, che rende l’uomo responsabile e quindi invitato a camminare nella libertà. Di fronte alla situazione attuale di una società globalizzata e multiculturale, non si deve avere timore ad avviso di Ferrario di un presunto smarrimento di identità attraverso questa concezione laica dell’essere cristiano: proprio la fiducia che Dio ci chiama a riporre nella sua parola induce il cristiano a vivere nella certezza della capacità di convinzione della parola di Dio.

Certo questa possibilità di vivere responsabilmente nel mondo “è offerta ogni volta, fresca e nuova ogni mattino”: proprio questa capacità di rinnovamento forse diviene oggi la caratteristica fondamentale del cristiano. Anche da parte cattolica si è ad esempio affermato recentemente che, di fronte alla società contemporanea, l’opera di evangelizzazione deve essere intesa come un processo continuo, non come qualcosa di concluso, ereditato da una millenaria tradizione. Questo dato emerge in fondo anche dal saggio di Roberto Vacca dedicato alla religiosità popolare, i cui dati salienti sono confermati anche da altre recenti indagini sociologiche condotte in Italia sul fenomeno religioso. Secondo Vacca vi è un dato apparentemente contrastante: il cattolicesimo resta il carattere saliente in Italia, la Chiesa gode di un prestigio diffuso, ma all’interno stesso del cattolicesimo emerge un’attenzione nuova al diverso. Nello stesso tempo l’insicurezza spinge a ricercare nella tradizione della Chiesa cattolica un sostegno identitario, così che i segni di apertura si trasformano invece in chiusura su molte questioni di grande rilevanza morale. Vacca sostiene quindi che, di fronte a questa situazione, vi sia una doppia vocazione del protestantesimo in Italia: da una parte mostrare la possibilità di un altro cristianesimo rispetto alla tradizione cattolica, dall’altra sviluppare un continuo confronto ecumenico sulla Parola di Dio e sulla ricerca di una vocazione comune cristiana.

Il discorso merita naturalmente ulteriori approfondimenti, anche all’interno di una piccola comunità come quella di Rimini: vi è una religiosità diffusa, certamente cresciuta dopo l’11 settembre, la quale si traduce ad esempio in un singolare bisogno di preghiera che va molto oltre il cattolicesimo praticante, il quale invece tende costantemente a ridursi. Forse diviene quindi oggi molto difficile  attendersi una crescita significativa di nuovi membri della comunità; bisogna però cercare di non stancarsi nella ricerca del dialogo e del contatto con questi nuovi bisogni diffusi di religiosità, che restano però difficilmente definibili in categorie precise.

Naturalmente in questa ricerca del dialogo è insita anche una nuova dimensione della laicità, perché, come sulla base della esperienza francese mostra Jean-Paul Barquon, la stessa laicità tradizionale dello Stato, così rigorosamente definita in Francia, si trova oggi non di rado di fronte a problemi che non è più in grado di risolvere.

Insomma: laicità e fede sono oggi entrambe chiamate a rinnovarsi costantemente, a non considerarsi come dati acquisiti, e nello stesso tempo, seppure con modalità diverse, non devono trascurare la profonda e crescente esigenza di sicurezza, di certezza e di identità, che viene sempre più alla ribalta. Anche la piccola comunità di Rimini deve imparare a confrontarsi con l’umiltà e la saggezza che le sono propri con questo non facile paradosso.

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3

La testimonianza dei gruppi di omosessuali credenti in Italia.

Nello scenario della società italiana, che si riconosce nel modello educativo italiano-cattolico in cui l'omosessualità non è contemplata se non come una grave distorsione dello stile di vita considerato “sano” per la popolazione e l'individuo stesso, persone accomunate semplicemente dall'orientamento omosessuale e da un sentimento religioso, o perché spinte dallo stato di oppressione in cui vivono, o per il bisogno di essere accolte, comprese ed accettate, oppure nella ricerca semplicemente di risposte, hanno qua e là incominciato a ritrovarsi per recuperare dimensioni di sé che altrimenti rimangono frustrate e sono comunque esiliate dal consesso umano e ricercare così delle alternative all’esclusione. In Italia ora ci sono più di venti gruppi di omosessuali credenti, sparsi sul territorio, nati dal 1980 in poi, iniziando da quella straordinaria esperienza che è il Centro Ecumenico Agape nelle Valli Valdesi e con don Domenico Pezzini a Milano. Benché avvenga nei gruppi un’innegabile promozione umana, uno sviluppo esegetico e teologico e – non ultimo – una vita spirituale, continua a non esserci spazio nella chiesa cattolica per queste esperienze, le quali quindi rimangono nell'ombra, talvolta per una scelta di stile, altre volte per necessità: nella maggioranza dei casi operano nella clandestinità, e con la pratica del silenzio e l'anonimato si incontrano in locali di chiesa cattolica. Altri gruppi sono ospitati dalle chiese valdesi.

Nella diversità dei gruppi vi sono alcune somiglianze, più che altro per il tipo di finalità, con un po’ di socializzazione, un po’ di auto-aiuto psicologico, un po’ di spiritualità ed approfondimento di fede e di conoscenza biblica, ed un po’ di azione politica, aspetto presente in pochi gruppi che escono talvolta con un comunicato stampa, soprattutto per spingere la propria chiesa (cattolica oppure riformata, nel caso della Rete Evangelica Fede ed Omosessualità) ad affrontare in modo diverso l’argomento. Nel caso dell’attuale dibattito sul riconoscimento delle coppie di fatto anche omosessuali, generalmente nella società non viene mai messa in risalto la relazione affettiva e il conseguente progetto di vita in comune, ignorando che la fecondità non si esprime solo nel mettere al mondo dei figli, ma vuol dire anche essere membri attivi della comunità nella costruzione del Regno del Padre attraverso il dono dell’amore. Viene messa più che altro in risalto una falsa contrapposizione con la famiglia tradizionale eterosessuale – contrapposizione del tutto fittizia e che punta ai bassi istinti, cavalcata sia da destra che da sinistra per mero progetto elettorale. Di fronte a questo panorama, che spazio può ottenere il dialogo fra persone non chiuse nelle loro posizioni? Ciononostante, gruppi come il nostro danno alle persone occasioni e stimoli per prendere contatti con una fede cristiana più autentica, lontana da quelle strettoie imposte dalla religione e sostenute da una casta sacerdotale e da chi ha bisogno per affermare se stesso di escludere sempre qualcun altro.

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Una testimonianza: Ci hanno detto che quella scuola ha un buon livello di insegnamento

Paraguay, anno 1998. Cercavamo la scuola per Rafael, il nostro terzo figlio, un po' più irrequieto e
nervoso dei suoi fratelli Andres e Daniel, che già studiavano in una scuola cristiana presbiteriana. Ci piacque una scuola vicina a casa nostra, anche questa cristiana presbiteriana, i professori erano molto gentili, anche il direttore, Pastore Jeon, e signora. Con molta pazienza e amore insegnarono loro le prime lettere dell'alfabeto e i canti di lode a Dio. Con questo ci avvicinammo alla scuola e alla chiesa. Cantare inni è un po' raro per noi cattolici, come pure il condividere con gli altri presenti qualche parola, un momento gradevole. Lo stesso anno chiedemmo al pastore di iniziare un corso per i due più grandi; il corso iniziò con tre alunni, che diventarono otto verso la fine dell'anno. Durante l'anno, attraverso i nostri figli, ci avvicinammo alla chiesa, con le diverse attività che svolgevano: corsi di teoria musicale e di strumenti, riunioni di giovani il sabato per fare sport e letture bibliche. Assistevamo al culto la domenica per vedere il loro progresso con gli strumenti musicali, con gli inni, e cominciammo ad avere altri interessi, un altro modo di vedere la vita. In realtà la nostra vita era un'altra. Cominciammo a leggere e studiare la Bibbia, i sabati li condividevamo con i giovani e con altri adulti, la domenica eravamo presenti al culto e ad altre
attività.
Anche la mia quarta figlia, Milena, iniziò la scuola e imparò presto la l'alfabeto e l'amore per Dio.
Anno 2000. Accettiamo il Signore come nostro salvatore, ci battezziamo assieme a mia moglie Nancy. Cominciamo ad aiutare e a condividere nella chiesa, nelle riunioni dei membri, nei campeggi, in generale nelle attività della chiesa. I nostri figli sono ogni giorno più impegnati con la chiesa e le sue attività. I miei figli si battezzano uno dopo l'altro, accettando Dio come nostro salvatore. Ora ci hanno detto che in Italia ci sono buone università per i nostri figli; pensiamo, con mia moglie, di cercare un futuro migliore per tutti noi.
Nell'aprile del 2005 vengo in Italia a lavorare; mia sorella Claudia mi accoglie nella sua casa e mi offre lavoro nella sua attività commerciale. Mi informo sulle chiese cristiane evangeliche, ma i miei
famigliari non ne conoscono; una domenica, cercando su internet, trovo una chiesa evangelica cristiana a Rimini: che benedizione! Oggi sto condividendo con voi, fratelli in Cristo Gesù.
Sì, davvero, in quella scuola danno il miglior insegnamento possibile: l'Amore verso Dio.

Fernando Otalora

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Giovanni 3,14-15

E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell' uomo sia innalzato,  affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna.

La bibbia ebraica, che proibisce categoricamente la creazione di immagini narra, nel libro dei Numeri, che è Dio stesso ad ordinare a Mosè di ”forgiare un serpente bruciante” e questo simulacro, appeso ad un’asta, diviene, nelle intenzioni attribuite a Dio, strumento di vita per tutti coloro che, venendo morsi dai serpenti che infestavano il deserto della Giudea, avrebbero guardato ad esso. In questo antico racconto –di tipo eziologico secondo alcuni studiosi, scritto cioè per narrare come mai all’interno del Tempio veniva conservato questo simulacro al quale il popolo di Israele aveva continuato ad offrire l’incenso fino al tempo del re Ezechia (8°sec a.e.v.), e che poi è stato distrutto dal re medesimo secondo quanto riportato in 2 Re 18,4  - sembra che Dio si serva apposta di una cosa ripugnante, in quanto contrasta con i dettami prescritti dal decalogo (guardare un simulacro per essere guariti), per invitare il popolo a manifestare fiducia anche contro quell’ apparenza che sembra negare il possibile intervento salvifico di Dio.

Gesù, secondo questo racconto dell’evangelo di Giovanni, afferma che Dio, a distanza di dodici secoli sta nuovamente andando contro quelle che sono le interpretazioni accreditate della Torah secondo le quali l’uomo appeso è maledetto e quindi non solo non può essere assolutamente motivo di speranza, ma neanche di lontana compassione. Il serpente appeso viene preso come immagine, annuncio, “tipo”, figura, di colui che doveva venire.

Ma il nostro testo ci dice questa volta che Dio non sceglie un simulacro di serpente che funga da antidoto al veleno. Colui che viene appeso è il Figlio dell’uomo; non un simulacro, ma una persona in carne e sangue. Perché questo cambio? Se il problema era soltanto quello di guardare verso qualcosa per essere salvi, cioè di fare uno sforzo che va contro le nostre idee religiose per dire che ci fidiamo di Dio anche contro tutte le apparenze che vogliono negare che quella sia la volontà di Dio, sicuramente a Gesù, come a Mosè, Dio avrebbe potuto ordinare di “forgiare” qualsiasi altro simulacro. Ma Gesù, anche se conosciuto come figlio di un falegname o di un carpentiere, non ha il compito di forgiare crocifissi da essere utilizzati da Stati che intendono appenderli qua e là “quali simboli idonei ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili (tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, ecc.). Gesù non è un simulacro, è una persona. Una persona che viene uccisa, che viene crocifissa proprio perché lo Stato (l’impero romano nella fattispecie) è intollerante nei suoi confronti e non ha nessun rispetto per la sua persona e il crocifisso (il vero crocifisso di carne e sangue) veniva esposto al pubblico ludibrio come macabro monito a tutti coloro che pensavano di poter mettere in discussione il potere dello Stato stesso.

La lettura del nostro testo più che alla tipologia ci chiama a riflettere sull’analogia. Come per salvarsi dal veleno contenuto nel morso del serpente c’è bisogno dell’antidoto, cioè da un siero che si ricava dal veleno stesso del serpente, così il vero nemico dell’uomo non è il serpente o qualsiasi cosa esterna ma è l’uomo stesso: con il suo smisurato amore per se stesso, il suo egoismo, le sue infinite paure, la sua sete di potere e di dominio; questo è il veleno mortifero che uccide l’uomo. Dio lo sa e per questo non era possibile forgiare un simulacro. Gesù è l’antidoto di Dio per tutti questi veleni. Gesù è la possibilità che Dio ci offre perché la nostra vita sia una vita eterna, cioè una vita completa e compiuta in cui l’agape prevale sull’amore per noi stessi, la generosità sull’egoismo, la fiducia e la speranza sulla paura, la disponibilità a servire sul dominare. Guardiamo con fede all’uomo Gesù che è stato per noi crocifisso, con la sua morte Egli ha vinto la morte e ha dischiuso, per ognuno di noi la vera possibilità di vita, viviamola questa vita con gioia e con riconoscenza,

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DOVADOLA

Possiamo chiamarli così quei piccoli frammenti di storia che cercheremo di recuperare e di riportare alla luce e che hanno innervato la nostra presenza evangelica in questa parte della Romagna e delle Marche dalla seconda metà dell’800 ai giorni nostri.

Premessa. Non avevo ancora completato il trasloco e pacchi di libri e cartoni ancora pieni erano in giro per le stanze e lungo il corridoio quando, poco dopo il pranzo, venne a bussare alla mia porta un uomo inquieto. Aveva appena finito la stagione ed era deluso per il trattamento che aveva ricevuto dal suo datore di lavoro; era stanco, amareggiato e si apprestava a fare ritorno al suo paese in provincia di Forlì, ma prima di partire ha voluto incontrarmi per conoscermi e per propormi una mostra fotografica dedicata ai versetti biblici che appaiono sui frontoni dei templi protestanti in Italia e in Europa. Da tanti anni girava all’interno del mondo evangelico, frequentando diverse chiese, girando dall’una all’altra in perenne insoddisfatta ricerca. Deluso dalle chiese, oltre che dagli uomini, era anche forse deluso di Dio: mi parlava del suo male e si chiedeva perché…

Congedandosi mi ha informato che a Dovadola esisteva un gruppo valdese che si riuniva in una casa e che anni addietro aveva gestito anche una scuola. Non avendo avuto ancora il tempo di guardare i registri ho memorizzato il nome ripromettendomi di verificare. Il tarlo della curiosità aveva cominciato il suo lavoro e così appena ho potuto sono andato a Dovadola dove ho trovato un anziano fratello, Giovanni Guidi, membro della nostra chiesa, che mi ha accolto con gioia e mi ha raccontato che già sua madre e prima ancora sua nonna erano valdesi e che fino agli anni 30 era presente anche una scuola materna che poi è stata chiusa e i locali venduti.

            La cosa mi incuriosì ancora di più e andai a spulciare i registri e trovai una lettera del pastore Luigi Santini di Firenze che comunicava che la signora Giuseppina Camporesi, nata a Dovadola nel 1898 era stata battezzata nella chiesa metodista episcopale. Nel 3° volume della Storia dei Valdesi Valdo Vinay dedica due righe “a Dovadola: un’opera educatrice creata da un pastore scozzese di Venezia passò alla chiesa valdese nel 1909 e fu in seguito visitata dai pastori di Firenze”. Nella “Storia delle chiese metodiste” di Franco Chiarini leggo che a Forlì era presente negli ultimi decenni dell’800 una chiesa metodista episcopale per cui dedussi che l’origine del gruppo di Dovadola fosse dovuto all’azione evangelizzatrice della chiesa di Forlì e invece da una visita, fatta nel mese di marzo,  all’archivio della Tavola Valdese a Torre Pellice –un grazie di cuore a Gabriella Ballesio responsabile dell’archivio medesimo- ho ricavato, attraverso una lettera di presentazione scritta nel 1902 dal consiglio della chiesa di Dovadola all’allora Comitato di Evangelizzazione della chiesa valdese che “La chiesa formatasi mediante la lettura della Bibbia rimonta dal 1859. Dal 1880 al 1° marzo 1895 fu Chiesa Metodista Episcopale. Dal 2 Marzo 1895 all’aprile 1902 Chiesa Cattolica Riformata. Dall’aprile passato a questi giorni (siamo nel settembre del 1902 ndr) Chiesa Autonoma soccorsa nel fitto della Cappella e casa del Ministro dalla signora Robertson.”  Allora, descrive la lettera la chiesa contava di 25 comunicanti, 7 catecumeni. 14 bambini. “La maggiorparte  formano gruppi di famiglie evangeliche intere i cui avi abbracciarono l’Evangelo dal 1859. Questi fratelli sono artigiani ed operai di campagna. Sopportano le spese della propria congregazione, meno il fitto della Cappella e casa del Ministro. Ha una cinquantina di fanciulli d’ambo i sessi dell’Asilo Infantile Donna Julia istituito nel 1895 presso la chiesa per cura della Signora Eugenia Bruno e mantenuto dalla Signora Julia Robertson di Venezia; una quarantina di giovani della Scuola Serale; una cinquantina di allievi della Scuola Domenicale e in tutto un’ottantina di aderenti. Dal 1883, continua la presentazione, al 1902 furono celebrati nella chiesa otto matrimoni ed amministrati venti battesimi. Il primo funerale è stato celebrato nel 1867 e i decessi sino al 1902 sono stati in tutto 26. Altri membri di chiesa e aderenti sono sparsi tra Predappio, Castrocaro, Terre del Sole, Rocca di S.Casiano, Portico, S. Benedetto, Modigliana e Faenza.”

In questo estremo lembo del Granducato di Toscana che arrivava fino a Castrocaro e alla piazzaforte di Terra del Sole, mentre fervevano i plebisciti per aderire al costituendo Regno d’Italia, -non sappiamo ancora per mano di chi- giungeva attraverso il passo del Muraglione, nato da non molti anni, appena nel 1836 “per unire il mare Tirreno con il mare Adriatico”, una Bibbia e intorno ad essa, secondo la testimonianza riportata, una piccola comunità di credenti che per più di due decenni si sono autogestiti. Il primo pastore valdese –un maestro evangelista- ufficialmente inviato dall’allora Comitato di Evangelizzazione nell’agosto del 1909 per andare a vivere a Dovadola e seguire così la chiesa e le scuole,  nella sua prima corrispondenza scriveva: “La notizia del mio trasloco a Dovadola m’ha sopreso. Penso alla Dovadola tutta affetto (era già andato a Dovadola dal 20 luglio al 14 agosto per portare 16 bambini della scuola alla Colonia Marina di Rimini ndr), ma scottante del più rosso socialismo, e divisa come la chiesa di Corinto; e lasciare la mia Felonica tutta pace che vorrebbe ritenermi…! Ma è l’opera del Signore ed io non sono uomo da intralciare l’elaborato piano del V. Comitato, e parto.”

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Sul documento di Accra

Ad Accra, capitale del Ghana, si è riunita nel 2004 la XXIV Assemblea Generale dell’ Alleanza Riformata Mondiale, alla quale fanno capo circa 75 milioni di riformati e presbiteriani sparsi in tutto il mondo. Alla fine di quell’Assemblea è uscito un documento che porta il titolo Per la giustizia economica ed ecologica: un patto in via di realizzazione; esso è accompagnato da una Lettera alle chiese e dà alcune indicazioni per una possibile liturgia collegata ai temi del documento stesso. L’insieme di questi documenti è il frutto di un lungo e complesso lavoro, svolto nel corso degli anni – oltre che dell’Assemblea – da numerosi gruppi di lavoro. In primo luogo viene richiesto un dibattito, una riflessione e una discussione all’interno delle Chiese locali sugli importanti temi toccati nel documento: la Chiesa di Rimini, nel suo ultimo Consiglio, ha deciso di avviare questa riflessione, in primo luogo attraverso un’azione di diffusione e promozione della conoscenza del documento. Alcuni membri della Comunità hanno avuto occasione di un primo, informale scambio di idee su alcuni aspetti del testo, che ha prodotto altresì alcune riflessioni scritte.

Il documento centrale consta di tre parti: di una Introduzione, di una sezione dal titolo Riconoscere i segni dei tempi e della sezione conclusiva dedicata a La confessione di fede di fronte all’ingiustizia economica e alla distruzione ecologica. I titoli delle due sezioni sono già di per sé particolarmente significativi: I segni dei tempi vengono interpretati alla luce del gemito e del travaglio della creazione, che ancora attende la sua liberazione; tale travaglio è percepito attraverso le grida di coloro che soffrono e attraverso il danno che è inferto al resto del creato. Questi segni dunque portano a sottolineare l’ingiustizia economica e la distruzione ecologica come caratteristiche fondamentali del nostro tempo, delle quali il documento di Accra sottolinea con particolare vigore la ineliminabile drammaticità.

Proprio tale drammaticità induce a riflettere sulla necessità di una confessione di fede: in tal modo, come è stato osservato, per la prima volta i temi dell’economia e dell’ecologia si spostano dall’ambito dell’etica alla centralità della confessione di fede. Tale spostamento genera la complessità del documento, sulla quale è necessario riflettere con grande attenzione. Nello stesso tempo la confessione di fede è concepita essenzialmente come un processo aperto e in divenire: il documento di Accra non è infatti un testo imposto alle Chiese, ma ad esse proposto all’interno di una ricerca di fede che le Chiese Riformate compiono nel mondo odierno.

Entro questa ricerca di fede, numerosi sono i piani di riflessione, di meditazione e di azione sui quali le Chiese locali sono invitate a muoversi. Esiste in primo luogo un’esigenza di approfondimento della conoscenza di Antico e Nuovo Testamento e in genere di riflessione teologica: alcuni membri della Chiesa di Rimini hanno ad esempio proposto una rilettura dei testi profetici, e in particolare del libro di Amos. In genere la stessa idea centrale del documento di un patto tra l’uomo e Dio sembra sottolineare con forza la possibilità di un concorso umano alla salvezza del mondo, sulla quale è bene meditare con paziente raccoglimento.

Uno spazio diverso di riflessione riguarda l’analisi più strettamente economico-politica dei segni dei tempi. “Riconosciamo la vastità e la complessità della questione. Non cerchiamo risposte facili”: così si afferma nel documento. E’ stato però richiamato il pericolo che i temi del documento possano trasformarsi in slogan e semplificazioni; in un mondo dai cambiamenti rapidissimi vi è inoltre il rischio che le analisi condotte vengano facilmente superate, così che il rapporto tra segni dei tempi e confessione di fede, e tra questa e la dimensione etica diviene ancora più problematico.

Ma certo la problematicità e complessità dei temi affrontati nel documento non deve indurre all’inazione: nella discussione sorta attorno al documento si è parlato sia di una dimensione individuale – ad esempio di un cambiamento negli stili di vita, di una sottolineatura della sobrietà come punto di riferimento centrale nella condotta morale – che di una dimensione sociale più generale. Di fronte alla universalità dei problemi può essere facile smarrirsi, ma forse incominciare a muoversi nella stessa dimensione locale di Rimini, comprendere quali iniziative sono state assunte ad esempio nei confronti dell’emigrazione e della cooperazione allo sviluppo, cercare di rafforzare con il piccolissimo contributo della comunità le iniziative più significative può essere un primo punto di partenza e di orientamento.

                                   Aldo Venturelli

Inizio

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Laicità

Il 17 febbraio di quest’anno è stato dedicato dalla Chiesa Valdese al tema della laicità. Oggi il tema è molto discusso, e non solo in Italia: alcune profonde trasformazioni, sia della scena politica internazionale che degli scenari culturali, hanno riportato il tema in primo piano nel dibattito politico, religioso e culturale. In questa occasione l’editrice Claudiana ha pubblicato un piccolo, ma denso volume, dal titolo Laicità umiliata, curato da Dora Bognandi e Martin Ibarra; il libro può essere facilmente reperito direttamente nella Chiesa e può fornire a tutti una prima e stimolante informazione sui temi oggi in discussione. Non bisogna infatti dimenticare che proprio in questi ultimi mesi si sono resi disponibili nelle librerie altri e significativi volumi, che da diverse prospettive e con interpretazioni variegate affrontano il tema.

Non è intenzione in questa breve presentazione dare conto di tutti i contributi presenti nel volume, ma soprattutto soffermarsi su due principali dimensioni in esso presenti: per un verso quella filosofica-teologica, per l’altro quella dell’analisi sociologica di alcuni aspetti del fenomeno religioso oggi. Per quanto riguarda la prima dimensione, appare di particolare importanza il saggio molto coinciso, ma di grande chiarezza, di Fulvio Ferrario. Laicità e cristianesimo sono a suo avviso due termini inscindibili: il cristiano ha ricevuto in dono da Dio – e dalla riconciliazione con Dio attraverso Cristo – una specifica dignità, quella di vivere “come persone libere nel mondo, assai coraggiosamente affidato dal Creatore alla loro responsabilità”. Sulla base di questo dono, la stessa Chiesa deve essere laica, perché la Chiesa è il luogo stesso di questo dono, che rende l’uomo responsabile e quindi invitato a camminare nella libertà. Di fronte alla situazione attuale di una società globalizzata e multiculturale, non si deve avere timore ad avviso di Ferrario di un presunto smarrimento di identità attraverso questa concezione laica dell’essere cristiano: proprio la fiducia che Dio ci chiama a riporre nella sua parola induce il cristiano a vivere nella certezza della capacità di convinzione della parola di Dio.

Certo questa possibilità di vivere responsabilmente nel mondo “è offerta ogni volta, fresca e nuova ogni mattino”: proprio questa capacità di rinnovamento forse diviene oggi la caratteristica fondamentale del cristiano. Anche da parte cattolica si è ad esempio affermato recentemente che, di fronte alla società contemporanea, l’opera di evangelizzazione deve essere intesa come un processo continuo, non come qualcosa di concluso, ereditato da una millenaria tradizione. Questo dato emerge in fondo anche dal saggio di Roberto Vacca dedicato alla religiosità popolare, i cui dati salienti sono confermati anche da altre recenti indagini sociologiche condotte in Italia sul fenomeno religioso. Secondo Vacca vi è un dato apparentemente contrastante: il cattolicesimo resta il carattere saliente in Italia, la Chiesa gode di un prestigio diffuso, ma all’interno stesso del cattolicesimo emerge un’attenzione nuova al diverso. Nello stesso tempo l’insicurezza spinge a ricercare nella tradizione della Chiesa cattolica un sostegno identitario, così che i segni di apertura si trasformano invece in chiusura su molte questioni di grande rilevanza morale. Vacca sostiene quindi che, di fronte a questa situazione, vi sia una doppia vocazione del protestantesimo in Italia: da una parte mostrare la possibilità di un altro cristianesimo rispetto alla tradizione cattolica, dall’altra sviluppare un continuo confronto ecumenico sulla Parola di Dio e sulla ricerca di una vocazione comune cristiana.

Il discorso merita naturalmente ulteriori approfondimenti, anche all’interno di una piccola comunità come quella di Rimini: vi è una religiosità diffusa, certamente cresciuta dopo l’11 settembre, la quale si traduce ad esempio in un singolare bisogno di preghiera che va molto oltre il cattolicesimo praticante, il quale invece tende costantemente a ridursi. Forse diviene quindi oggi molto difficile  attendersi una crescita significativa di nuovi membri della comunità; bisogna però cercare di non stancarsi nella ricerca del dialogo e del contatto con questi nuovi bisogni diffusi di religiosità, che restano però difficilmente definibili in categorie precise.

Naturalmente in questa ricerca del dialogo è insita anche una nuova dimensione della laicità, perché, come sulla base della esperienza francese mostra Jean-Paul Barquon, la stessa laicità tradizionale dello Stato, così rigorosamente definita in Francia, si trova oggi non di rado di fronte a problemi che non è più in grado di risolvere.

Insomma: laicità e fede sono oggi entrambe chiamate a rinnovarsi costantemente, a non considerarsi come dati acquisiti, e nello stesso tempo, seppure con modalità diverse, non devono trascurare la profonda e crescente esigenza di sicurezza, di certezza e di identità, che viene sempre più alla ribalta. Anche la piccola comunità di Rimini deve imparare a confrontarsi con l’umiltà e la saggezza che le sono propri con questo non facile paradosso.

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Dire Pentecoste.

Un gruppo di uomini e donne ancora impauriti ed incerti sul loro futuro viene investito da una forza nuova che li spinge ad uscire dal chiuso della loro cameretta per andare a parlare alla gente nelle strada e nelle piazze. Per loro, improvvisamente, Dio non è più un fatto privato, intimo, che appartiene ad una sfera della propria vita –quella religiosa nella fattispecie e quindi ben distinta dalla sfera del resto preponderante della vita quotidiana quali le relazioni umane e la sopravvivenza all’interno di un mondo ancora segnato dalla maledizione di una terra che dà avaramente i suoi frutti- ma è divenuto così importante e totalizzante da occupare ogni spazio della mente e della vita.

Dio non è più rinchiuso nel luogo santissimo del Tempio di Gerusalemme, consegnato nel rotolo della Legge, interpretato e spiegato dagli scribi e dai sapienti, ma è il Vivente, Colui che si è fatto carne e sangue in Gesù di Nazaret, che ha incontrato l’uomo nella sua umanità, nelle sue paure e nelle sue debolezze, nelle sua ansie e nelle sue speranze, nella sua fame e sete materiale, nella sua malattia e nella sua morte.

Un Dio totalmente presente nella vita totale dell’ uomo! Ma non per mettergli paura, per costringerlo ad usare ancora e sempre il diaframma del rito, del sacrificio, dell’ intermediazione.

Dio non appartiene più, neanche nell’ immaginario popolare, ad una casta sacerdotale, ad una classe elitaria depositaria della verità di e su Dio.

In Gesù Cristo la vicinanza, la presenza, la grazia, la misericordia, l’amore sono la “buona notizia” di Dio. Come non comunicarla? Anche a costo di essere presi per ubriaconi? Sì certo quel primo manipolo di uomini e donne che s’è lanciato per le strade e le piazze di Gerusalemme era certamente ebbro, ma di gioia e di speranza, riconoscenza verso Dio e di amore verso le donne e gli uomini del loro tempo, sorelle e fratelli in umanità. E parlavano, parlavano e alcuni finalmente capivano e si meravigliavano. Il loro era un linguaggio semplice, umile, ma potente e arrivava diritto al cuore suscitando appunto stupore e meraviglia.

A Babele gli uomini avevano sperimentato l’ esperienza della divisione delle lingue: il linguaggio dell’ascesa al potere, della supremazia, del dominio, dell’asservimento aveva finito col lacerare la società umana portando incomunicabilità, incapacità di reciproca comprensione.

A Pentecoste l’ annuncio dell’ amore di Dio per l’ uomo diventa il linguaggio unificante. E’ il linguaggio della condivisione, della solidarietà, del tutto in comune –come dirà il libro degli Atti.  Dopo 2000 anni di cristianesimo possiamo dire che questo è il linguaggio in uso tra gli umani?

Il linguaggio più diffuso oggi è sicuramente quello dell’ economia di mercato, della ricerca delle risorse energetiche e della sue gestione, della “globalizzazione neoliberista”. Il linguaggio della competizione, quando questa non lede gli interessi particolari dei più potenti, e quando ciò avviene si trasforma, nei momenti più acuti, nel linguaggio della sopraffazione economica e poi militare. E tutti i Governi parlano di economia in termini di maggiore produzione e di conseguenza di maggiori consumi: produrre per consumare, consumare per produrre, e così l’umanità si sfinisce in un estenuante mordersi la coda, un rincorrere utili e profitti, interessi di pochi, un “benessere” a discapito di molti che annulla nei pochi e nei molti il nostro “essere” davanti a Dio e davanti a noi stessi.

Le chiese, forse più con preoccupazione che con entusiasmo, hanno iniziato a balbettare parole che tentano di uscire dal coro con due importanti documenti “Confessare la fede in Cristo di fronte all ’ingiustizia economica e alla distruzione ecologica” (Documento di Accra dell’ Assemblea generale dell’ Alleanza Riformata mondiale, agosto 2004) e “Alternativa Globale: Ambiente, Pace, Economia” (AGAPE: Documento preparatorio del Gruppo Giustizia, Pace, Creato del Consiglio Ecumenico delle Chiese 2005) che non sono ancora il vento irruente dello Spirito, ma sicuramente fiammelle di speranza che si possono posare sul capo di ogni credente per spingerlo a trovare il coraggio e la forza per vivere la propria vocazione in termini di assimilazione dell’ agape di Dio che si traduce, all’esterno con gesti e parole di accoglienza, solidarietà, condivisione, gratuità.

Voglia il Signore soffiare il Suo Spirito sopra ciascuno di noi e farci vivere una nuova Pentecoste donandoci l’ ebbrezza di parole nuove e coraggiose in grado di comunicare vita e speranza alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Arrigo Bonnes

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In coda al viaggio ad Auschwitz.

Ad Auschwitz il pontefice romano ha domandato “Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?che poi è diventato un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.”

La risposta del vignettista Staino è stata questa:

Una risposta ironica, come quella di Elia ai profeti di Baal. Dietro a questa domanda lo sappiamo c’è una parte dei superstiti del popolo ebraico, e una parte di  credenti cristiani, ma detta da un teologo quale è il papa Ratzinger fa l’effetto di una domanda retorica che vuole ottenere un facile consenso per rimuovere il peso di una colpa che grava sulla coscienza del popolo cristiano. Siamo così certi che il Signore abbia veramente taciuto? Non ha Egli forse parlato attraverso quei pochi (ma si sa che i profeti sono sempre pochi) che si sono opposti al nazifascismo? E i documenti, non solo ma anche fotografici, che sono finalmente venuti alla luce di recente non testimoniano forse che erano tanti, tantissimi a sapere e a tollerare per ragioni politiche o di potere e di prestigio personale. I massacri di cui noi cristiani siamo stati artefici nel corso della nostra bimillenaria storia non ci hanno mai indotto a chiederci “Perché il Signore ha taciuto? Perché ha tollerato tutto questo?” Non gli abbiamo mai detto “Mai più una cosa simile!”

L’hanno detto le nazioni vincitrici al processo di Norimberga, per poi disattendere puntualmente questa promessa ogni qualvolta l’interesse del proprio Paese o delle Multinazionali è stato messo in discussione.

Dio tace ogniqualvolta l’uomo cancella dall’orizzonte della sua vita il rispetto per l’uomo e Dio parla ogniqualvolta l’uomo si rende capace di compiere gesti di amore. Sulla croce del Golgota abbiamo tutti sperimentato il silenzio di Dio e questo silenzio suona assordante e impietoso sopra tutti i nostri gesti di violenza, di disprezzo dell’umanità altrui. A partire dalla croce di Gesù Cristo l’uomo è divenuto totalmente e definitivamente adulto ed è chiamato a vivere come collaboratore di Dio, a vivere appunto “come se Dio non ci fosse” per rendere appunto Dio visibile e presente attraverso la nostra azione accogliente e solidale.

Il fatto che il pontefice romano abbia subito dopo affermato che “sono qui come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell'onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio” senza alcun bisogno di fare della dietrologia, induce a pensare che i due pensieri vadano a braccetto: Dio non è intervenuto, un manipolo di criminali ha compiuto il massacro, ma che colpa ne abbiamo noi? (diceva una vecchia canzone degli anni ’60). Una negazione della storia. Una negazione della teologia. Il tempo dell’età adulta, della responsabilità individuale e collettiva, -dopo alcune parentesi del papa precedente- per la chiesa di Roma, sembra ancora che debba venire.

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Una proiezione e una comune riflessione

A proposito di Milion Dollar Baby 01 (di Aldo Venturelli, agosto 2006)

Nel mese di marzo ha avuto luogo, come era stato programmato, la proiezione del film di Clint Eastwood Million Dollar Baby: alla proiezione ha fatto seguito una discussione comune, che ha riguardato sia il film sia il tema centrale che esso pone, quello dell’eutanasia. Alla discussione ha potuto prendere parte solo un numero ristretto di membri della comunità; dato però l’interesse che si è manifestato sia per il tema che per il film può risultare utile riferire brevemente su entrambi.

Il film racconta di un allenatore di pugilato, Frankie, il quale, pieno di rimorso verso il dolore spesso involontariamente provocato da un esasperato antagonismo – il suo assistente è un anziano negro che ha perso un occhio nel corso di un match, dal quale Frankie non aveva avuto la prontezza di ritirarlo tempestivamente – tende a rinviare l’esordio nel professionismo dei suoi allenati. A Frankie si rivolge Maggie, la quale, cresciuta in un desolato ambiente familiare, ricerca nella boxe una occasione di riscatto e di affermazione rispetto al misero squallore della sua vita quotidiana. Frankie, che vive ormai da tempo solo e lontano da una figlia che vuole dimenticarlo, cerca in ogni modo di allontanare Maggie dalla boxe, e solo di fronte alla sua sorprendente tenacia – e grazie alla affettuosa mediazione del suo assistente – accetta controvoglia di allenarla.

E’ bene che in Maggie non vi è nessuna ricerca del successo; non è il denaro o l’affermazione sociale che la attrae verso il pugilato, ma proprio il bisogno di un confronto con se stessa, la ricerca di una capacità sempre più perfezionata attraverso un allenamento costante e faticoso. La boxe quindi appare come una metafora della vita; proprio dalla profonda e tormentata esperienza di vita di Frankie e del suo assistente emerge una idea del pugilato come agonismo spiritualizzato, come rispetto profondo per l’altro, come perfezionamento costante di se stesso. Non bisogna mai abbassare la guardia, e per questo è necessario sviluppare al massimo la propria mobilità, la propria capacità di resistenza, la propria prontezza.

Eppure in questa filosofia di vita, sorprendentemente, non vi è nulla di amaro: il pugilato infatti appare soprattutto come una ricerca. Frankie, un americano di origine irlandese, trasferisce questa ricerca in un sofferto ritrovamento con le sue origini cattoliche: frequenta assiduamente la messa quotidiana, dialoga con il suo parroco, legge in gaelico la Bibbia, eppure non riesce a trovare risposte soddisfacenti al suo tormento. Ma oltre l’aspetto religioso emerge lentamente, quasi in contrasto con lo squallido ambiente della vita quotidiana e del ring, la ricerca di frammenti di una vita serena, quasi sparsi impercettibilmente nella trama del film: brevi ricordi dell’adolescenza, una torta al limone dal sapore familiare, il sogno di una vita tranquilla prima di poter morire in pace.

Questa ricerca accomuna sempre più la pugile e il suo allenatore: la boxe significa soprattutto saper cogliere l’occasione, non solo per affermarsi ma anche per afferrare qualcosa di questa impossibile serenità. In questa costante ricerca Maggie raggiunge l’impossibile, nonostante Frankie più volte tenti di dissuaderla o di lasciare il suo incarico di allenatore e manager. La tenacia di Maggie giunge fino al tentativo di conquistare il titolo mondiale della sua categoria, accettando il confronto con la campionessa che pratica un pugilato brutale, aggressivo, quasi selvaggio e privo di regole. Maggie, sapendo resistere al dolore e sviluppando al massimo la sua prontezza e la sua agilità, è sul punto di riuscire a capovolgere l’esito dell’incontro, ha mandato al tappeto la sua fortissima avversaria; ma proprio in quel momento abbassa quasi involontariamente la guardia, e viene colpita a tradimento – al di fuori di ogni regola e alle spalle – dalla sua antagonista.

A questo punto il film diviene una tormentata riflessione sulla eutanasia. Maggie subisce un profondo e irreversibile trauma alla spina dorsale, che le toglie quasi la parola. Ogni cura risulta vana: il deterioramento fisico, insieme al dolore, cresce in modo drammatico. Maggie non ha nessun risentimento verso la vita, è consapevole di aver colto la sua occasione e di aver raggiunto quanto aveva ricercato. Né ha certo dimenticato la sua capacità di resistere al dolore: solo quando la sua stessa dignità di essere umano viene sopraffatta dall’accanimento terapeutico e dalla dissoluzione progressiva delle sue capacità fisiche, chiede con sofferta lucidità a Frankie di aiutarla a porre fine al suo dolore, staccando l’ossigeno e i contatti con le macchine che la tengono artificialmente in vita.

Frankie è ben lontano dall’accettare questa richiesta. Solo di fronte al tentativo di suicidio di Maggie, che riesce a spezzare la sua lingua per provocare un dissanguamento, subito bloccato dagli infermieri e ai medici, è costretto con un profondo tormento interiore a confrontarsi con la richiesta disperata di Maggie, mentre prosegue con fervore ancora maggiore la sua continua e amorosa assistenza all’inferma. Chiede aiuto e consiglio al suo parroco, che lo invita a affidare solo a Dio ogni decisione e ogni evoluzione della malattia; il dramma personale di Frankie consiste però nell’osservare come quella disperata richiesta d’aiuto non sia diretta a Dio, ma a lui stesso, proprio come conseguenza di un amore profondo, disinteressato e puro che, ancor più approfondito dal dolore e dalla malattia, lo ha legato sempre più strettamente al destino di Maggie.

Sarebbe semplicistico ridurre Million Dollar Baby solo come un film sull’eutanasia: l’opera non vuole offrire facili risposte e soluzioni, ma rappresenta con rara intensità e sobrietà un dramma e un interrogativo. Certo oggi la morte, come nel caso di Maggie, non dipende più solo da un’entità superiore; anche la sopravvivenza nella vita è manipolata dall’uomo, da macchine sempre più perfezionate e impersonali. Oggettivamente è difficile definire quanto il film sia anche un film sull’accanimento terapeutico; certo non vi è mai raffigurato un dialogo con un medico, Maggie è sola di fronte a una macchina impersonale accuratamente seguita in ogni momento, ma né lei né Frankie trovano mai un’occasione di conforto in un confronto con il personale medico dell’ospedale ipertecnologico, nel quale Maggie è ricoverata.

In questo quadro matura la decisione finale di Frankie di staccare i collegamenti e di iniettare una soluzione letale, che pone fine al tormento di Maggie. Ma Eastwood è ben lungi dal rappresentare ciò come una soluzione: Frankie abbandona la sua palestra, fa disperdere ogni traccia di sé, presumibilmente perseguitato da quel senso di colpa che mai lo aveva abbandonato e che il sacerdote gli aveva profetizzato.

Giustamente il film è stato definito quasi come un saggio filosofico, che comunica più con le emozioni che suscita che attraverso il suo contenuto. Pone un problema, e lo pone significativamente come dramma personale e esistenziale vissuto con sobria intensità, senza volerne analizzare le possibili conseguenze in termini di comportamenti sociali o di regolamentazioni giuridiche. Certo l’eutanasia è – anche – un problema di regolamentazione giuridica, e quindi oggetto di valutazione politica e sociale. Ma il dialogo dell’individuo con il suo destino e con la morte, che il film di Eastwood rappresenta con esemplare sobrietà e intensità, non si riduce né si semplifica attraverso norme giuridiche su tali tematiche: forse Million Dollar Baby ci invita a riflettere come, in tempi di crescente manipolazione tecnologica anche della vita e del destino esistenziale, sia necessario approfondire ancor più la coscienza di una profonda sacralità della vita, sulla quale fondare un nuovo senso della privacy e della responsabilità individuale. Ciò non risolverà problemi di tale drammaticità, ma ci aiuterà a affrontarli con maggiore attenzione e consapevolezza.

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A proposito di Milion Dollar Baby 02 (di Erberto Lo Bue, agosto 2006)

Anche se può essere letta come una parabola della condizione umana, in cui buoni e cattivi sono ritratti
in maniera quasi esemplare, questa pellicola va ricondotta alla cultura anglosassone che l'ha prodotta
e alla quale esclusivamente appartiene: difficilmente una fanciulla mediterranea tenterebbe di realizzarsi
in uno sport tipicamente maschile e violento, come la box, per affermare la propria personalità e migliorare la propria condizione esistenziale.

La trama del film riflette una concezione della vita e una mitologia specificamente americane, i cui modelli sono rappresentati dal pioniere o dal mandriano armato immortalati dai film "western" e che esaltano le virtù dell'eroe solitario in lotta contro un mondo ostile: ottimismo, fiducia in se stessi, determinazione e volontà di successo.

A questi modelli, potenzialmente ossessivi nella ricerca del successo a tutti i costi e nel loro
atteggiamento spietatamente competitivo, si ispirano sia l'eroina che la sua feroce antagonista. La
palestra vera si sostituisce al ranch in quanto palestra di vita, sempre nel clima di scontro e
violenza che sembra affascinare, ossessionare e caratterizzare la cultura americana, e assolve le
funzioni di quelli che in una società civile sarebbero gli ammortizzatori sociali, i centri di ascolto e le
associazioni di volontariato, erogatrici di una solidarietà che nella società frammentata e alla
deriva documentata da Eastwood è invece esclusivamente casuale e individuale.

In questo mondo sordido, spietato e aggressivo, ridotto ai minimi termini, dominato dal Dio denaro e
apparentemente privo di possibilità di redenzione, in cui l'unico luogo di incontro e comunicazione -
ridotta ai minimi termini e per lo più non verbale – è rappresentato da una palestra di box, ambedue i
protagonisti falliscono nei loro scopi, mentre le loro famiglie assurgono a simbolo del disfacimento della
società, mettendo a nudo il fallimento dei rapporti umani e l'assoluta solitudine degli individui.

Con il trionfo dell'ingiustizia e della dissoluzione sociale, lo spettatore assiste impietrito
all'apocalisse di un mondo in cui l'individuo è costretto a battersi letteralmente all'ultimo sangue
non soltanto per vivere, ma addirittura per morire; e al termine del film potrà legittimamente domandarsi
dove sia finito l'amore di Dio, che sembra fornire risposte inadeguate per bocca di un suo mediocre
rappresentante in terra.

In questa pellicola geniale e feroce è difficile non percepire un grido di dolore e una critica implicita
nei confronti di una società mai tanto ricca e al tempo stesso mai tanto povera, in cui il soffio della
civiltà sembra essersi estinto."

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DOVADOLA

Il 27 giugno 1914 la Tavola Valdese acquistava dal signor Sante Lefebre, per complessive 28.500 Lire, questo immobile posto in via G. Carducci 1 (nella foto) e così descritto dall’atto di vendita: edificio di tre piani fuori terra, di complessivi 17 vani tra cui un laboratorio di falegnameria, più tre solai e tre cantine e un resedio di 20m x 19m comprendente orto, giardino e piante) per adibirlo a locale di culto, alloggio pastorale e scuola materna ed elementare. L’acquisto fu reso possibile dal generoso sostegno finanziario della signora Giulia Robertson che dall’aprile all’ ottobre di quell’anno riuscì a coprire la parte relativa all’acconto stabilito in 18mila lire. Con il venditore la Tavola aveva concordato di versare il saldo di 10.500 lire entro sette anni con un interesse del 4% a semestri posticipati. Purtroppo la morte improvvisa del venditore e la contemporanea entrata in guerra del nostro Paese nel 1915 ha costretto la famiglia Lefebre, privata delle risorse economiche dovute al lavoro di falegname del capofamiglia e del figlio chiamato a servire la patria al fronte, a richiedere alla Tavola di anticipare il saldo del debito, cosa che è avvenuta, dopo lungaggini burocratiche, il 20 aprile 1916.

            Nelle sue sedute del mese d’agosto dell’ anno 1934 la Tavola deliberava la vendita dell’ immobile in quanto la scuola era stata soppressa e la piccola comunità non era più da tempo sede pastorale ed era stata affidata alla chiesa valdese di Firenze. Negli anni precedenti i locali, non più utilizzati dalla chiesa, erano stati richiesti in uso dalla “Scuola di avviamento professionale” che il Comune aveva istituito e dal Partito Nazionale Fascista, (Fascio di combattimento di Dovadola). Il danaro sarebbe servito per coprire “i mutui che erano stati accesi per l’acquisto di nuovi locali di culto a Palermo, a Fiume e in altre città”.

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Laicità dello Stato e insegnamento religioso.

Alcuni aspetti dell’esperienza tedesca

            E’ indubbio che, in particolare dopo l’11 settembre, la tradizionale definizione della laicità dello Stato appaia attraversare periodi difficili. Pur non collegandosi direttamente con il problema della laicità dello Stato, ha fatto molto scalpore in questi giorni la decisione del Parlamento francese in merito alla Turchia e al problema curdo; a molti intellettuali e politici, non solo francesi, questa dichiarazione è apparsa come un abbandono di una tradizionale neutralità liberale da parte dello Stato – un valore per altro in Francia particolarmente sentito – e una presa di posizione in termini di una determinazione di valore da parte dello Stato. Sempre molto vivo, in molti Paesi europei, anche con lunghe tradizioni in fatto di emigrazione e integrazione – come ad esempio l’Inghilterra – il dibattito sulla legittimità di portare il velo da parte delle donne islamiche.

            In Germania si vanta una lunga e consolidata politica dell’emigrazione e dell’integrazione, in parte coronata da successi; ma il problema dell’adesione della Turchia alla Unione Europea ha risvegliato molti timori, ha suscitato vivaci discussioni e contrasti politici, ha indotto a chiedersi con più forza quali siano i motivi fondamentali di una “cultura-guida” del Paese.

            In questo contesto complessivo si muove il problema che si pone talvolta in merito all’insegnamento della religione a scuola. In Germania, come è noto, le competenze in materia di formazione sono di competenza regionale: spetta quindi al singolo Land assumere decisioni sugli ordinamenti scolastici, e quindi anche sull’insegnamento religioso.

            In genere, nella Repubblica Federale del secondo dopoguerra, la politica di integrazione tra protestantesimo e cattolicesimo fu sviluppata con successo; fu incentivato nei limiti del possibile una certa integrazione tra le due confessioni, favorendo ad esempio un insediamento di popolazione protestanti in Länder prevalentemente cattolici – e lo stesso in senso inverso. L’insegnamento della religione quindi riguardava protestanti e cattolici, senza discriminazioni.

            La riunificazione seguita alla caduta del muro di Berlino nel 1989 ha in parte modificato gli equilibri tra le due confessioni, e il protestantesimo è divenuto nuovamente lievemente maggioritario nel Paese. In alcuni casi è risultato più complessa del previsto la integrazione di una componente atea della popolazione, risultante dalle politiche di formazione di orientamento marxista seguite nella precedente Repubblica Democratica Tedesca.

            Una componente della popolazione apertamente non religiosa, ovvero ufficialmente dichiaratesi “senza confessione”, evidentemente è presente in Germania anche indipendentemente dalla riunificazione con la Germania Est; in parte, il sistema fiscale stesso, che prevede la dichiarazione della propria confessione per i contributi versati alle rispettive Chiese, favorisce la dichiarazione di “senza confessione”, perché viene così a mancare il pagamento di uno specifico tributo.

            In ogni caso questa presenza più forte di una componente della popolazione priva di confessione ha spinto alcuni Länder – in particolare il Brandeburgo e Berlino – a istituire o a progettare l’istituzione di un insegnamento di orientamento etico. Questo insegnamento ha provocato forti discussioni, e in genere ha visto protestanti e cattolici uniti in una viva protesta – a volte con ricorsi alla Corte Costituzionale – contro la sua istituzione. L’apparente neutralità laica delle istituzioni statali sembra infatti quasi codificarsi in norme di comportamento e in valori morali, che possono assumere una funzione sostitutiva della formazione religiosa e entrano in concorrenza con le altre confessioni.

            Questo dibattito può invitare a una riflessione sulla complessità del tema “laicità dello Stato”, nel senso soprattutto che tale laicità, proprio all’interno di un mondo dove i conflitti religiosi e le tematiche interculturali hanno assunto un nuovo peso, richiede una definizione più attenta e multivalente. Oltre agli aspetti strettamente giuridici, non si deve inoltre dimenticare che anche consolidati equilibri tra religioni e confessioni religiose diverse possono quasi inaspettatamente essere rimessi in discussione o trovarsi di fronte a nuovi problemi; il rapporto tra religione e società viene quindi ad assumere nuovi significati, e a questi conviene prepararsi.

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31 OTTOBRE 1517 – NASCE LA RIFORMA PROTESTANTE

Dopo 489 anni ha ancora un senso, per noi, in Italia, ricordare questa data? E se diamo una risposta positiva, come la ricordiamo?

La nostra casa editrice, Claudiana, da alcuni anni cura la pubblicazione di due prestigiose collane:

la prima, iniziata nel lontano 1987 è dedicata alla traduzione dell’opera di Martin Lutero e, fino ad ora, sono usciti dodici titoli, l’ultimo dei quali è “La cattività babilonese della chiesa”. Si tratta di un testo “polemico”, redatto come risposta agli attacchi degli avversari, con il quale Lutero esamina criticamente la dottrina sacramentale cattolico romana del tardo medioevo.

La seconda collana, iniziata nel 2004, e che ha visto in questi giorni l’uscita del secondo titolo, “Contro nicodemiti, anabattisti e libertini” è dedicata alla traduzione delle opere di Giovanni Calvino. E’ questo un testo in difesa dell’ortodossia cristiana e dell’ integrità della Parola di Dio. Mentre il primo titolo era “Dispute con Roma”. Questo è sicuramente un modo eccellente per ricordare la Riforma Protestante: curare in traduzione italiana con testo a fronte in lingua originale le opere più rilevanti dei due più noti riformatori per renderle accessibili ad un pubblico colto italiano. Non con intenti polemici, ma sicuramente culturali ed ecumenici. Per dialogare proficuamente è necessario conoscere approfonditamente.

            Detta così potrebbe però sembrare qualcosa che comunque può tutt’al più interessare una parte minima ed elitaria della nostra società o rimanere fissata nel lontano passato quando la religione era centrale per la vita degli uomini e degli stati. Ma oggi, all’ interno della nostra società italiana in cui il dilemma non si pone più, in modo radicale, su “come e cosa credere” (tanto –si dice- Dio è lo stesso per ebrei, cristiani e musulmani e tutte le religioni comunque rimandano a Dio e sono una via per vivere meglio ed essere più buoni e in pace con tutti), quanto piuttosto su “credere o non credere” o, in altri termini “l’ipotesi Dio è rilevante o irrilevante per la mia vita”, parrebbe forse più opportuna la creazione di un fronte comune di tutte le religioni per dimostrare attraverso l’unità l’unicità di Dio e la sua rilevanza per la vita di almeno la metà della popolazione mondiale.

Sottolineando l’importanza e il valore del dialogo interreligioso –indispensabile in una società sempre più multiculturale e multireligiosa- e del cammino ecumenico che –anche se con fatica- viene portato avanti in Italia, continuo a credere che “essere protestanti” in Italia –e quindi richiamarci ai valori della Riforma- è una vocazione che il Signore ci rivolge per dire alle donne e agli uomini del nostro tempo che ci sono modi alternativi: di essere chiesa dove non ci sono persone più uguali o meno eguali delle altre, di dialogare con lo Stato nel pieno rispetto della sua laicità e autonomia, di affrontare e tentare di risolvere i temi nodali della vita senza alcuna pretesa di autoritarismo.

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